Ricerca personalizzata

mercoledì 25 agosto 2010

Veltroni sul CorSera. La sera dei morti viventi.

A volte ritornano, sopratutto se sono politici e italiani.
Ed ecco che dalle pagine del Corriere della Sera del 24 agosto, attraverso una lettera, il buon Walter, "scende di nuovo in campo" al fianco del "suo" paese.
O almeno così lui vuole farci intendere.
Si rimane perplessi però, almeno dagli "indirizzari" di tale lettera, che come spesso accade, sono questi disastrati trentenni di cui anchi, malaguratamente faccio parte.
Difficile non sentirsi allora presi in causa, ma sopratutto, punti sul vivo.
Mi domando, dunque, proprio lui dovrebbe scrivere a me che "a metà della vita non ho ancora un futuro"?
Lui che senza una laurea si è trovato a dirigere L'Unità, lui figlio di un dirigente Rai e nipote dell'ambasciatore sloveno presso il Vaticano, lui consigliere comunale a 21 anni a Roma (do you remember Trota?) parla alla "mia generazione" di futuro?
Veltroni dopo un testo così fuga tutti i dubbi, di sinistra, non lo è mai stato.
Proprio per la sua estrazione sociale che forse, gli ha impedito, da sempre un vero confronto con i ceti popolari, visti sempre, evidentemente se si segue il tono della lettera, con un "pauperismo politico" di stampo tipicamente borghese.
La scelta del Corriere come giornale per pubblicare la lettera non è casuale.
In mezzo alle fumose metafore del testo, l'unica cosa che si evince è il suo solito difetto, la mancanza di mordente, di contatto con la realtà, con il mondo reale, lui da sempre "figlio dell'intellighentia" borghese.
Ed ecco che allora l'Italia "schifosa", "mafiosa", quella piena di -"dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni " - è quella degli altri...
Peccato caro Walter, tu abbia contribuito fortemente a costruirla, parlando a tempo debito (2008) con Berlusconi riguardo la legge elettorale e riabilitandolo quando invece era già "morto" politicamente ( mi rifersico ai contrasti del tempo con Casini e con lo stesso Fini), accellerando la nascita del PD, con conseguente caduta del secondo governo Prodi, intrallazzando con gli imprenditori amici...e infatti ora si dipanano le nebbie sul Piano Regolatore di Roma ai tempi di Veltroni sindaco che ci fanno vedere come anche il "centro sinistra", tra "capitani coraggiosi" e scalate bancarie, o con il "Sacco di Roma" (così ribattezzato il piano regolatore veltroniano dai giornalisti), non sia esente da i mali della politca.
Quei mali a cui, lui, pare non appartenere.
Parla di democrazia e di primare, peccato che i nomi delle primarie vengano comunque decisi a tavolino dai partiti...in maniera del tutto antidemocratica.
Dulcis in fundo, ci espone i padri della democrazia italiana, da lui mascherati tra quelli che sono stati a Palazzo Chigi, sicuro così di non beccare un comunista nemmeno per sbaglio...
Cita i "Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi", dimenticando come, la democrazia, prima di poter essere "esercitata" vada anche costruita, farebbe bene quindi il nostro a citare anche i padri della Costituzione Italiana, quando si arrischia a declinare il concetto (assai labile) di democrazia.
La rimozione, nel caso ce ne fosse ancora bisogno è completa e indelebile e assume le caratteristiche di una deriva, moderata, sempre più a destra.
Qualcuno gli spiegherà, forse che a parte la sinistra extraparlamentare, di partiti di "destra" ne è piena la politica italiana, compresi PD e IDV e forse per il "cambiamento" occorre ogni tanto anche "cambiare" rotta, andando in direzione contraria.
Ma da uno che ha doppiato "Chicken Little", cosa ci si può aspettare?

giovedì 22 luglio 2010

Se cane mangia cane…

In risposta a Ida Dominijanni sul Manifesto del 20/07/10

Sono francamente sconcertato dall’articolo di Ida Dominijanni di martedì 20 luglio sul Manifesto.
Non tanto per le posizioni che essa, nel suo articolo espone che come al solito sono opposte alle mie.
Rimango perplesso su come, ormai, ci sia una tendenza ad introiettare il modo di fare politica dell’avversario senza opporvi nessuna resistenza mentale, ne alcuna riflessione profonda.
Non mi aspetterei tutto ciò da chi per sua natura ha nel proprio “dna giornalistico” il sano "germe" della critica.
Nell’articolo infatti, non si legge nessuna ambiguità, nessun interrogativo, di fronte all’operazione politica che in questi giorni, il governatore Vendola ha lanciato, con la sua candidatura a leader del “centrosinistra” per le prossime elezioni politiche del 2013.
Le stesse critiche, che nel 2008, ho sentito lanciare riguardo Bertinotti e il “bertinottismo”, sulle scorciatoie politiche pre e post “Arcobaleno” e su certi metodi “verticistici” di fare politica, vengono ora taciute di fronte ad una delle svolte più personalistiche che la politica italiana ricordi dai tempi della prima “discesa in campo”  di Berlusconi in poi.
Mai che intervenga un dubbio, mai che vi sia una perplessità nel ragionamento della Dominijanni sul “delfino” di Bertinotti, Nichi Vendola; ciò che non andava bene per il primo pare invece, sia addirittura salvifico nel secondo.
La Dominijanni, in un articolo davvero acritico e  palesemente sbilanciato nei confronti di “Nichi”, si arrischia pure a vedere nel sistema proporzionale l’unico modo possibile per fermare ciò che pare destinato per volontà superiore alla vittoria, un sistema elettorale che “spersonalizzerebbe la competizione”, contro “l’uomo politico più vecchio d’Occidente.
Improvvisamente il sistema elettorale proporzionale, diventa ben peggiore della “porcata” Calderoli, se serve a bloccare il “ciclone Nichi”.
Un ciclone che parte “dal basso”, con un progetto politico “nuovo”, oltre i vecchi partiti “paludati”, che accentra sulla persona del governatore pugliese tutta l’attenzione, lui da solo, contro la “nomenklatura della vecchia politica”, tra slogan emozionali quanto generici, molto simili alla comunicazione pubblicitaria.
Rimane davvero difficile non vedere, in questa operazione del governatore pugliese, pericolose similitudini con l’avversario politico, lo stesso Vendola, indirettamente svela quest’aspetto quando parla di battere un uomo ormai troppo vecchio “vittima del suo sistema”, un sistema che evidentemente è stato interiorizzato da Vendola stesso, che con queste parole pare , parli più di una “successione” all’avversario che di una “sconfitta” dello stesso.
Insomma il “berlusconismo” ha intriso l’Italia a tal punto che non si può far a meno delle sue meccaniche per battere “l’originale”, che non può che essere battuto da una figura capace di prenderne il posto e quindi di incarnarne alcuni aspetti, “Canis canem edit”, direbbero i latini.
Di ciò non si avvede la Dominijanni, o perlomeno non fa menzione nel suo articolo forse anch’essa sedotta dal “Desiderio”, che si  sa, “quando parte può arrivare dove vuole”, ma proprio perché prodotto da un impulso irrazionale, non ha certo in dote il dono dell’obbiettività.

lunedì 12 luglio 2010

Se il PD si dimentica Pomigliano.

Nella storia travagliata, del nostro paese, ci sono sempre stati momenti cruciali che come dei veri e propri guadi hanno imposto una decisa svolta all’andamento della politica istituzionale, ad una sua eventuale trasformazione, capace d’incidere poi anche nelle prospettive concrete della società italiana.
Nell’ambito del mondo del lavoro, soprattutto quello di stampo industriale e in particolare attraverso le lotte del movimento operaio, si sono spesso misurati i livelli, non solo dei diritti lavorativi, ma anche di democrazia, di autonomia individuale del lavoratore/persona, che grazie alle lotte avvenute sulla scia degli anni del cosiddetto “miracolo economico”, diveniva non più mero elemento di un ingranaggio produttivo di cui esso solo marginalmente faceva parte,  ma al contrario soggetto attivo e propositivo, capace attraverso i gruppi sindacali e un’organizzazione movimentistica coesa, d’incidere nel mercato del lavoro e nei piani di sviluppo non solo delle grandi aziende private, ma anche degli stessi governi nazionali.
Furono proprio queste lotte sindacali, fondate sulla Costituzione Italiana e in particolare sull’art. 41 di quest’ultima (articolo non a caso in questi ultimi tempi sotto le mire del ministro Tremonti) a permettere ad una massa di persone, spesso prive di una cultura scolastica di medio livello, ma comunque edotte dai partiti della sinistra ai propri diritti individuali; di portare avanti battaglie impensabili per l’avanzamento delle classi “subalterne”, finalmente padrone della propria vita e non più semplici “moltitudini di proletari fanciulli”, sempre “in una situazione di eterna dipendenza” rispetto al loro lavoro.
L’Italia che lavorava, degli operai, degli impiegati; con le lotte dei primi anni ‘60, diventava dunque “maggiorenne”, prendeva cioè coscienza dei propri diritti individuali, al punto tale che questa autodeterminazione riuscì addirittura, negli anni successivi a travalicare i confini dell’ambito del lavoro e ad invadere quelli della società civile, con le battaglie vinte, sui temi dell’aborto e del divorzio.
Una trasformazione che non poteva che legarsi a doppio filo con la politica dei partiti, in particolare con quella del PCI che seppur non esente da errori, era riuscito in quegli anni se non a condizionare, almeno ad organizzare e a dare la giusta sponda a quelle lotte.
Lotte che ci hanno portato in dote lo Statuto dei Lavoratori, una forza sindacale confederativa tra le più forti e avanzate d’Europa, la possibilità concreta per milioni di persone di programmare e dare prospettiva alle proprie vite attraverso l’acquisto di beni primari quali la casa, la possibilità di condividere la scuola pubblica con le altre classi sociali, una scuola non più riservata alle classi dirigenti e quindi solo ad una stretta cerchia d’elitaria di persone, ma a tutti, seppur all’interno di un sistema gerarchico ancorato a vecchi programmi.
La crisi dei mercati e le politiche neo liberiste post muro di Berlino, hanno rapidamente messo in discussione quanto acquisito in termine di diritto lavorativo, di fronte all’unica forma di governo economico ormai possibile, quella capitalistica, conformizzando il pensiero economico e politico ad un unico assioma, non a caso, giustamente definito “pensiero unico”.
Un “pensiero unico”, velocemente introiettato anche dalle forze della “sinistra”, nel tentativo maldestro di prendere le distanze dalle vecchie ideologie comuniste, così pericolose perché stantie, per chi da sempre ha fatto negli ultimi 20 anni, sfoggio di “modernismo”, politico per stare “al passo dell’avversario”.
Peccato che all’interno di questa rimozione forzata, siano rimaste stritolate, masse di uomini e donne ovviamente disorientate di fronte a tali cambiamenti dei partiti politici di riferimento, che hanno avuto l’effetto di una cosmesi, un maquillage e nulla più, producendo nel nuovo solo arretramenti, dalla precarizzazione del lavoro (nel tristemente famoso, pacchetto Treu) al tentativo di mettere in connessione i vertici industriali con la base elettorale.
Ed ecco che nel Partito Democratico trovano spazio i Calearo e i Colaninno, così come ex operai della Thyssenkrup.
Un problema quindi, per il Partito Democratico tenere una posizione sola e netta di fronte ad una battaglia sindacale come quella di Pomigliano d’Arco; soprattutto se c’è di mezzo la Fiat, una posizione così incerta da mettere in imbarazzo non solo i vertici del PD, ma anche tanta parte della CGIL non legata alla Fiom, vicina appunto ai vertici del PD stesso.
Lasciare in questo momento la Fiom sola, insieme alle centinaia di persone che hanno votato no al referendum sull’accordo sindacale proposto da Marchionne, significa compiere l’ennesimo atto di vassallaggio ai poteri forti, silurando indirettamente anche una delle ultime “casematte” di diritto in Italia, quella dell’autonomia sindacale.
L’accordo infatti, tra le nebulose trame della sua scrittura, nasconde passaggi al limite di ogni democratica forma coercitiva, mettendo in discussione il diritto di sciopero, estendendo le ore di straordinario non pagate, impedendo eventuali riunioni sindacali, precarizzando ancor di più chi è già precario con misure e contratti diversi all’interno addirittura della stessa azienda.
L’intento è chiaro, è il “divide et impera” di romana memoria, un valico quello di Pomigliano, seguito con trepidante attesa dal Governo, da Confindustria e da tanta parte dell’impresa privata italiana.
Se come diceva l’avvocato Gianni Agnelli, “ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”, oggi siamo ad un passaggio storico.
Pomigliano rischia di essere per i diritti sindacali nel nostro paese la breccia in un muro di una roccaforte sempre più isolata, un passaggio che aperto, sarà impossibile bloccare rispetto ad un’orda di liberalizzazioni già in procinto d’arrivare.
Ci si aspetterebbe quindi che oltre ad una presa di posizione “vicina agli operai della Fiom” come si è affrettato a dire tatticamente Bersani, “ma comunque aperta al dialogo”, ci possa essere qualcosa di più netto, un discorso perentorio, un argine contro la valanga.
Figurarsi.
C’è chi fa pure di peggio e tra la redazione di un romanzo inutile e un libro di poesie penoso, ha pure il tempo di dire che “l’accordo è duro ma inevitabile” come dice il politico “per tutte le stagioni” Walter Veltroni in una recente intervista al Corriere della Sera.
Non abbiamo dubbi sul fatto che lui di “durezza” legata “al lavoro” sia un esperto, dato che dai tempi della FGCI in poi, probabilmente, non ha mai lavorato un giorno in vita sua.
A margine di questo empasse, c’è un solo problema nodale, che è quello della collocazione politica del Partito Democratico, che perde la propria identità (ammesso che mai l’abbia avuta) di partito d’opposizione, di minimo antagonismo, di minima rappresentanza delle classi lavoratrici, ed anche su una questione di facile comprensione politica come nel caso della battaglia della Fiom a Pomigliano, si mostra nella sua pesante incertezza perenne di partito senza identità ideologica.
La crisi dei mercati mondiali ci pone di fronte ad un interrogativo ormai non più rinviabile che attende risposta e cioè come ripartire rispetto ad una crisi che non è soltanto una crisi di sovrapproduzione, ma una crisi generale e profonda di un sistema in cui il profitto è l’unico obbiettivo, un sistema pesantemente diseguale, che fagocita nella ricerca del maggior guadagno, individui, nazioni e popoli, risorse ambientali, un sistema capitalista rinnovato nelle proprie strategie di mercato, ma identico negli obbiettivi di gestione del potere alle vecchie oligarchie di metà ‘800.
Non è con l’accettazione della “teoria del male minore”, (a che pro continuare a lavorare senza nessun diritto, solo per sopravvivere? Come richiesto agli operai di Pomigliano?) con l’introiettamento delle logiche di mercato che si può risolvere e fermare la spirale della crisi economica.
Si sente quindi ancor un maggior bisogno di una forza autonoma, anticapitalista, a sinistra, che riunisca quella larga parte di persone che non vota più per disaffezione o che non si riconosce più nel progetto moderato del PD, ormai orientato ad un tipo si politica di stampo anglosassone, con minime differenze tra le politiche dei poli, dal punto di vista economico, quasi impercettibili.
Pomigliano in questo percorso è una tappa cruciale, l’appoggio alla lotta dei lavoratori e alla Fiom è indispensabile nell’ottica più generale dei diritti del lavoro, in Italia.
Rinunciare ad una presa di posizione netta, come fa il PD, rischia di essere altrimenti un errore, per la sinistra italiana tutta, esiziale ed irreversibile.

lunedì 14 giugno 2010

Se la Libertà diventa una merce.

Tra i calci di un pallone e il frastuono assordante delle "vuvusela" sudafricane, passa in questi giorni, con la stessa velocità di un pallone calciato il concetto di "libertà" nel nostro paese.
Un concetto così labile, perchè perennemente stritolato dalle polemiche, tra maggioranza e "opposizione" (doverose le virgolette..) nel solito ping pong televisivo del talk show politici in cui come al solito i fatti diventano "opinioni".
Mentre dai telegiornali infatti passano messaggi di indignazione a commento dei vari "regimi" sparsi qua e la nel globo e mentre si apre una campagna senza sosta di attacco agli "stati canaglia" come Cuba, colpevole di aver negato la grazia e la libertà d'espressione ai "dissidenti" (in realtà semplici detenuti strumentalizzati alla bisogna dalla CIA e da altri centri di potere anticastrista), tutto tace, per quanto riguarda lo spazio, sempre più esiguo, concesso alla libertà d'informazione nel nostro paese.
Qui, a margine,  una doverosa premessa; cos'è infatti, esattamente in una "democrazia" di uno Stato governato economicamente da un sistema capitalista "integrato" (dove il mercato non è necessariamente libero, non tanto per la presenza di enti pubblici statalizzati, quanto per una sorta di oligopoli nati dai vecchi enti parastatali...) il concetto di libertà?
Posso infatti, in questa "democrazia", esprimere la mia opinione, anche qui, in questo piccolo spazio web (seppur con crescenti difficolta...), posso far rimbalzare i miei discorsi sui principali social network, nazionali e internazionali e conivolgere così altre persone nella mia discussione...
Posso leggere giornali e ascoltare programmi televisivi d'informazione (sempre meno) che danno una visione opposta dei fatti rispetto a quella "canonica" del governo...
In teoria le mie libertà individuali non mi sono negate, anche se, sempre più il cerchio di esse si restringe pericolosamente...
Ma io, come individuo, sono veramente libero?
Partecipo veramente alle decisioni della collettività, all'interno della mia presunta "democrazia"?
Ho tanti partiti da poter votare, ma quale di questi, mi permette ad esempio di decidere chi candidare?
Oppure, in caso di revisione degli articoli o parti della Costituzione, come cittadino quale potere ho, io, di decidere di questo?
Posso comprare e scegliere qualsiasi cosa nell'offerta di mercato, ma non posso decidere dove indirizzare "il mercato", unico vero padrone ad oggi delle nostre vite...
Posso tesserarmi ad un sindacato, ma poi, gli accordi sindacali, sempre, sono frutto di trattative tra gruppi dirigenti, "eletti" (democraticamente, per carità, seppur spesso nell'ingenuità e nell'idiozia generale dei tesserati..) e gruppi ristretti delle forze politiche di governo.
Posso manifestare dissenso, ma non posso decidere dove cadrà "l'ascia" di una manovra economica di tagli...
Posso incatenarmi e protestare contro un progetto urbanistico che sventra l'area geografica in cui vivo, ma la decisione ultima sull'avvallo o meno di un progetto è sempre nelle mani di pochi, spesso interessati gruppi elitari di potere.
In questi giorni, il governo varerà un disegno di legge, in cui, come ben sappiamo, verrano limitate le libertà di cronaca e d'indagine non solo dei giornalisti e degli organi d'informazione, ma anche della stessa magistratura, quella stessa magistratura definita, senza eufemismi, dal Presidente del Consiglio italiano, (anch'esso democraticamente eletto..ci mancherebbe..) "politicizzata" e "catto-comunista".
I ragli della cosiddetta "opposizione" allora si alzano forti, ma paiono sempre più pantomime di ruoli assegnati dalla politica invece che convinte e sincere reazioni di sdegno.
Sì può non sorridere di Bersani che in tv alza la voce contro Tremonti, suo dirimpettaio come ministro, quando poi, in parlamento dopo le doverose schermaglie di rito ci si ritrova uniti a chiaccherare amabilmente delle "divergenti" e "opposte" opinioni, magari tra un caffè e una pacca sulla spalla?

Cito Gramsci: Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l'accorgerti che ha un po', o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è 
meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.

Ebbene, oggi, in nome di un "modernismo economico", di un progresso politico civile, in nome del bipolarismo e della logica "dell'alternanza", (tanto cara anche questa ad una certa democrazia, "capitalista" di stampo anglo-statunitense) oltre le ideologie e i retaggi novecenteschi, molti politici, fanno spesso, questo "saggio" esercizio, si mettono cioè, facilmente nei "panni dell'avversario".
Così tanto, se me lo concedete, da assomigliarvi pericolosamente.
Proprio in momenti come questi, vengono fuori termini e parole tanto cari al capitalismo e al libero mercato, si parla allora di "responsabilità economica", "confronto", "collaborazione tra i poli", o anche "riforme", "rilancio", "tagli" sempre dolorosi ma necessari, per far "ripartire l'economia", sempre ostaggio "di regole chilometriche", come quelle contenute nell'art. 41 della Costituzione italiana, si affretta a dire Tremonti dal convegno del sindacato cattolico della CISL.
Ed ecco che anche serie di affermazioni così ovvie, perchè così intrise di libertà e quindi anche di "controllo della giustizia" può dar fastidio al buon Tremonti.
Leggiamo allora quest'abominio, retaggio della "Costistuzione sovietica", eccolo: 


Art. 41
  
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali

Il capitalismo, dunque, non vuole ne "utilità sociale", ne "sicurezza", ma solo, "sicurezza dell'utile".
Tutto ciò che si frappone a ciò, sia pure la Legge, è iniquo e pericoloso.
Il concetto di Libertà quindi, qui è ribaltato, non è più libertà di espressione, di vita, ma libertà di poter fare ciò che si vuole, indipendentemente dal fatto che ciò leda, la "libertà altrui".
L'Art 41, così come la "libertà" dei magistrati di intercettare chicchessia sono due concetti di "libertà" che poco piacciono al capitalismo e ai loro "gestori politici", come Tremonti.
La "libertà" che piace a certi politici, non solo entro i nostri confini nazionali, ma in tutto il mondo, del "pensiero unico", un mondo, dominato da organizzazioni come il FMI (vero organo di potere trans nazionale) è solo una, quella della "deregulation" economica.
La mia, la vostra "libertà" si riduce quindi ad un mero "recinto", in cui "vivere", da bravi consumatori, liberi, liberissimi, di fare una cosa sola, di consumare, spendere, finchè la "legge della giungla" del "capiatlismo selvaggio" non c'incontra e ci colpisce, attraverso una crisi economica, un esubero aziendale, un fallimento.
Una sorta di mondo parallelo, quello del consumo, in cui pascolare "liberamente", ignari e tranquilli di quello che ci passa sulla testa, sia pure la nostra, vera e reale, "libertà", il nostro diritto di uomini di "essere liberi". un concetto  sempre più astratto e relegato a qualche bella ma inutile definizione di epoca illuminista.
Intanto per i più attenti, prosegue l'avanspettacolo della politica parlamentare e mentre Bersani, (in teoria il leader del maggior partito d'opposizione al governo) si affretta a precisare che - "su una cosa di questo genere non si sognino neanche di non dare i tempi per la discussione, perché veramente saremo oltre il limite" - sfugge l'unico pensiero sensato, ovvero che, su certe cose, caro Bersani, nemmeno si dovrebbe discutere.
Impossibile oggi fare anche solo certe affermazioni, o immaginare un altro "Aventino", si rischia di essere tacciati di "socialismo" o peggio di "comunismo".
Per un ex- PCI, si sa, Veltroni insegna, non c'è niente di peggio.
Perchè urlare allora, molto meglio accendere il televisore (che siamo liberi di comprare, sempre più grande), assorbire noiosamente le solite pillole di informazione (libera) magari su uno dei canali del Presidente del Consiglio (libero di avere più di un canale televisivo, come in tutte le democrazie che si rispettino) e ascoltare, pardon, ricevere una parte delle informazioni che i giornalisti (liberi anch'essi di dire la parte "libera" della libertà di informazione) ci trasmettono.
Non male, in fondo poi, tra qualche minuto c'è la partita della Nazionale di calcio, domani, gli italiani, avranno qualcos'altro di cui parlare.
Liberamente s'intende, mica siamo in Cina...



giovedì 29 aprile 2010

Consigli per gli acquisti. Il Sarto di Ulm.


Anche questa volta, per la rubrica "Consigli per gli acquisti", il consiglio, rimane in ambito letterario, con la promessa dalle prossime volte di un maggiore spazio anche alle altre forme di comunicazione.
Non potevo però, ignorare il testo in questione, che ho avuto occasione di conoscere, alla presentazione insieme all'autore, Lucio Magri, a Firenze, presso la sede dell'ARCI in piazza Ciompi.
Il libro che riprende il titolo da un'episodio in cui il dirigente PCI Pietro Ingrao, rispose ad una domanda dalla platea, di un'assemblea di partito in cui si discuteva di cambiare nome al PCI e se non fosse il caso, dopo gli eventi storici accaduti, di continuare a chiamarsi e credere alla parola comunismo.
Ingrao, rispose citando un'opera di poche righe di B.Brecht in cui si racconta di un sarto, che fissato con l'idea del volo, un giorno, convinto di essere arrivato alla soluzione, si gettò dalla cattedrale della città finendo morto, tra la derisione generale e dell'autorità religiosa cittadina, il vescovo.
Ingrao, aggiunse subito dopo che però, "un giorno effettivamente l'uomo è riuscito a volare".
In sintesi estrema, c'è un tempo per ogni cosa, così anche per tutto ciò che può attualmente sembrare impossibile.
Magri in questo libro interessantissimo e dalla prosa ben articolata, dal lessico forbito, ci descrive punto per punto la crono-storia, non soltanto del PCI, ma del comunismo italiano ed europeo, facendo un lavoro di ricostruzione e anche di riflessione riguardo i punti nodali, più importanti di ogni fase storica.
Quello che personalmente più mi ha colpito, è il processo inverso che attraversa le righe del testo; un processo in controtendenza a quanto, dal 1989, si è abituati a sentire e leggere sul comunismo.
Non c'è qui frettolosa archiviazione di alcunchè, ne tantomeno nessuna scorciatoia storica di facile opinione, ma anzi ogni processo e personaggio sia il Togliatti della svolta a Salerno, o Stalin riguardo le fasi fondamentali della seconda guerra mondiale, dal patto Ribbentrop-Molotov, allo scontro con i nazisti sul fronte orientale, è presentato con la giusta lucida visione di chi, da sempre militante e critico a sinistra, può permettersi di analizzare, senza falso pudore, alcune tematiche che ancora oggi rappresentano delle falle, dei tabù, per quella tanta parte politica ex PCI in Italia e d ex comunista nel mondo.
Magri è lucido, nell'affrontare i passaggi più scomodi senza cedere, dall'alto della sua età (probabilmente può permetterselo), alla tentazione di rimuovere tutto ciò che è oggi oggetto di una messa "all'indice", spesso proprio da sinistra. Proprio questo lavoro critico risulta di grande spessore a mio avviso e ci dimostra come ci sia un gap enorme tra i vecchi quadri del Partito Comunista Italiano e gli attuali dirigenti politici della "sinistra" italiana, sopratutto del Partito Democratico, incapaci anche culturalmente di una riflessione seria sull'eredità lasciata dal più "grande partito comunista d'occidente".
Nessun mea culpa, distoglie Magri dall'obbiettivo di una ricostruzione obbiettiva, seppur personale, della parabola del PCI, un partito fondamentale non solo per l'avanzamento dei diritti nel nostro paese, ma baluardo e spesso ago della bilancia nel conflitto USA/URSS, prima e dopo le fasi più critiche della guerra fredda.
Si riconoscono i giusti meriti e demeriti ad una dirigenza che ha affrontato i guadi più duri del 900, la cosa poi ha maggior valore se si pensa alla posizione critica di Magri, uno dei fondatori della corrente del Manifesto, espulso dal partito per poi solo in seguito, esserne successivamente riabilitato, quando con il proprio partito, il PdUP confluì nel 1984 nel PCI.
Magri ha la capacità di vedere e presentare alcuni "snodi" politici, al lettore, inducendo una riflessione sugli "scenari possibili" non attuati per via di scelte diverse.
Una su tutti, la cosiddetta "terza via", quella "corrente" (improprio definirla così) che agli sgoccioli della trasformazione del PCI in PDS, non ebbe, sopratutto per colpa di Ingrao (che all'ultimo non sostenne la linea di Magri) la capacità di mettere in minoranza la mozione di Occhetto ne tantomeno di dare un respiro maggiore alle posizioni critiche, ma asfittiche e vetero, di Cossutta, lasciando il partito ad una dolorosa spaccatura, tra chi aderì  al PDS e chi successivamente fondò il PRC.
Guardando la situazione della politica italiana odierna non si può essere almeno parzialmente coinvolti da quanto ci propone Magri, così come non si può in tutta onestà dire che, la rimozione del comunismo, in favore di svolte social-democratiche e riformiste moderate, abbia portato in dote chissà quali risultati, anzi, l'arretramento pare piuttosto chiaro.
Se come pare, una parte della dirigenza PD, è sedotta e possibilista riguardo un'imbarco o una trattativa con il dissidente PDL Gianfranco Fini, spostando l'asse della politica italiana ancora più a destra, in una deriva liberale sempre più estrema, questo libro potrà essere strumento utile a tutti coloro che non se la sentono di adagiarsi ancora sull'unico monotematico diktat del pensiero "unico".
Un pensiero "unico", che, ormai non prevede più vocaboli come "socialismo e comunismo", relegati a termini enciclopedici di eventi storici ormai passati.
A tutti coloro che credono che Marx sia quanto mai attuale, che si sentono orfani del PCI, ma sopratutto che credono ancora di "poter volare", consiglio caldamente questo libro.
A Magri il compito di analizzare (aldilà delle critiche di chi, dice che come al solito, Magri, si guardi bene dal dare una soluzione al problema, non credo sia compito suo), a noi il compito di ripartire da qui, con una riflessione seria su ciò che ancora oggi magari anche sotto altre spoglie può essere individuato e chiamato "comunismo".