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lunedì 12 luglio 2010

Se il PD si dimentica Pomigliano.

Nella storia travagliata, del nostro paese, ci sono sempre stati momenti cruciali che come dei veri e propri guadi hanno imposto una decisa svolta all’andamento della politica istituzionale, ad una sua eventuale trasformazione, capace d’incidere poi anche nelle prospettive concrete della società italiana.
Nell’ambito del mondo del lavoro, soprattutto quello di stampo industriale e in particolare attraverso le lotte del movimento operaio, si sono spesso misurati i livelli, non solo dei diritti lavorativi, ma anche di democrazia, di autonomia individuale del lavoratore/persona, che grazie alle lotte avvenute sulla scia degli anni del cosiddetto “miracolo economico”, diveniva non più mero elemento di un ingranaggio produttivo di cui esso solo marginalmente faceva parte,  ma al contrario soggetto attivo e propositivo, capace attraverso i gruppi sindacali e un’organizzazione movimentistica coesa, d’incidere nel mercato del lavoro e nei piani di sviluppo non solo delle grandi aziende private, ma anche degli stessi governi nazionali.
Furono proprio queste lotte sindacali, fondate sulla Costituzione Italiana e in particolare sull’art. 41 di quest’ultima (articolo non a caso in questi ultimi tempi sotto le mire del ministro Tremonti) a permettere ad una massa di persone, spesso prive di una cultura scolastica di medio livello, ma comunque edotte dai partiti della sinistra ai propri diritti individuali; di portare avanti battaglie impensabili per l’avanzamento delle classi “subalterne”, finalmente padrone della propria vita e non più semplici “moltitudini di proletari fanciulli”, sempre “in una situazione di eterna dipendenza” rispetto al loro lavoro.
L’Italia che lavorava, degli operai, degli impiegati; con le lotte dei primi anni ‘60, diventava dunque “maggiorenne”, prendeva cioè coscienza dei propri diritti individuali, al punto tale che questa autodeterminazione riuscì addirittura, negli anni successivi a travalicare i confini dell’ambito del lavoro e ad invadere quelli della società civile, con le battaglie vinte, sui temi dell’aborto e del divorzio.
Una trasformazione che non poteva che legarsi a doppio filo con la politica dei partiti, in particolare con quella del PCI che seppur non esente da errori, era riuscito in quegli anni se non a condizionare, almeno ad organizzare e a dare la giusta sponda a quelle lotte.
Lotte che ci hanno portato in dote lo Statuto dei Lavoratori, una forza sindacale confederativa tra le più forti e avanzate d’Europa, la possibilità concreta per milioni di persone di programmare e dare prospettiva alle proprie vite attraverso l’acquisto di beni primari quali la casa, la possibilità di condividere la scuola pubblica con le altre classi sociali, una scuola non più riservata alle classi dirigenti e quindi solo ad una stretta cerchia d’elitaria di persone, ma a tutti, seppur all’interno di un sistema gerarchico ancorato a vecchi programmi.
La crisi dei mercati e le politiche neo liberiste post muro di Berlino, hanno rapidamente messo in discussione quanto acquisito in termine di diritto lavorativo, di fronte all’unica forma di governo economico ormai possibile, quella capitalistica, conformizzando il pensiero economico e politico ad un unico assioma, non a caso, giustamente definito “pensiero unico”.
Un “pensiero unico”, velocemente introiettato anche dalle forze della “sinistra”, nel tentativo maldestro di prendere le distanze dalle vecchie ideologie comuniste, così pericolose perché stantie, per chi da sempre ha fatto negli ultimi 20 anni, sfoggio di “modernismo”, politico per stare “al passo dell’avversario”.
Peccato che all’interno di questa rimozione forzata, siano rimaste stritolate, masse di uomini e donne ovviamente disorientate di fronte a tali cambiamenti dei partiti politici di riferimento, che hanno avuto l’effetto di una cosmesi, un maquillage e nulla più, producendo nel nuovo solo arretramenti, dalla precarizzazione del lavoro (nel tristemente famoso, pacchetto Treu) al tentativo di mettere in connessione i vertici industriali con la base elettorale.
Ed ecco che nel Partito Democratico trovano spazio i Calearo e i Colaninno, così come ex operai della Thyssenkrup.
Un problema quindi, per il Partito Democratico tenere una posizione sola e netta di fronte ad una battaglia sindacale come quella di Pomigliano d’Arco; soprattutto se c’è di mezzo la Fiat, una posizione così incerta da mettere in imbarazzo non solo i vertici del PD, ma anche tanta parte della CGIL non legata alla Fiom, vicina appunto ai vertici del PD stesso.
Lasciare in questo momento la Fiom sola, insieme alle centinaia di persone che hanno votato no al referendum sull’accordo sindacale proposto da Marchionne, significa compiere l’ennesimo atto di vassallaggio ai poteri forti, silurando indirettamente anche una delle ultime “casematte” di diritto in Italia, quella dell’autonomia sindacale.
L’accordo infatti, tra le nebulose trame della sua scrittura, nasconde passaggi al limite di ogni democratica forma coercitiva, mettendo in discussione il diritto di sciopero, estendendo le ore di straordinario non pagate, impedendo eventuali riunioni sindacali, precarizzando ancor di più chi è già precario con misure e contratti diversi all’interno addirittura della stessa azienda.
L’intento è chiaro, è il “divide et impera” di romana memoria, un valico quello di Pomigliano, seguito con trepidante attesa dal Governo, da Confindustria e da tanta parte dell’impresa privata italiana.
Se come diceva l’avvocato Gianni Agnelli, “ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”, oggi siamo ad un passaggio storico.
Pomigliano rischia di essere per i diritti sindacali nel nostro paese la breccia in un muro di una roccaforte sempre più isolata, un passaggio che aperto, sarà impossibile bloccare rispetto ad un’orda di liberalizzazioni già in procinto d’arrivare.
Ci si aspetterebbe quindi che oltre ad una presa di posizione “vicina agli operai della Fiom” come si è affrettato a dire tatticamente Bersani, “ma comunque aperta al dialogo”, ci possa essere qualcosa di più netto, un discorso perentorio, un argine contro la valanga.
Figurarsi.
C’è chi fa pure di peggio e tra la redazione di un romanzo inutile e un libro di poesie penoso, ha pure il tempo di dire che “l’accordo è duro ma inevitabile” come dice il politico “per tutte le stagioni” Walter Veltroni in una recente intervista al Corriere della Sera.
Non abbiamo dubbi sul fatto che lui di “durezza” legata “al lavoro” sia un esperto, dato che dai tempi della FGCI in poi, probabilmente, non ha mai lavorato un giorno in vita sua.
A margine di questo empasse, c’è un solo problema nodale, che è quello della collocazione politica del Partito Democratico, che perde la propria identità (ammesso che mai l’abbia avuta) di partito d’opposizione, di minimo antagonismo, di minima rappresentanza delle classi lavoratrici, ed anche su una questione di facile comprensione politica come nel caso della battaglia della Fiom a Pomigliano, si mostra nella sua pesante incertezza perenne di partito senza identità ideologica.
La crisi dei mercati mondiali ci pone di fronte ad un interrogativo ormai non più rinviabile che attende risposta e cioè come ripartire rispetto ad una crisi che non è soltanto una crisi di sovrapproduzione, ma una crisi generale e profonda di un sistema in cui il profitto è l’unico obbiettivo, un sistema pesantemente diseguale, che fagocita nella ricerca del maggior guadagno, individui, nazioni e popoli, risorse ambientali, un sistema capitalista rinnovato nelle proprie strategie di mercato, ma identico negli obbiettivi di gestione del potere alle vecchie oligarchie di metà ‘800.
Non è con l’accettazione della “teoria del male minore”, (a che pro continuare a lavorare senza nessun diritto, solo per sopravvivere? Come richiesto agli operai di Pomigliano?) con l’introiettamento delle logiche di mercato che si può risolvere e fermare la spirale della crisi economica.
Si sente quindi ancor un maggior bisogno di una forza autonoma, anticapitalista, a sinistra, che riunisca quella larga parte di persone che non vota più per disaffezione o che non si riconosce più nel progetto moderato del PD, ormai orientato ad un tipo si politica di stampo anglosassone, con minime differenze tra le politiche dei poli, dal punto di vista economico, quasi impercettibili.
Pomigliano in questo percorso è una tappa cruciale, l’appoggio alla lotta dei lavoratori e alla Fiom è indispensabile nell’ottica più generale dei diritti del lavoro, in Italia.
Rinunciare ad una presa di posizione netta, come fa il PD, rischia di essere altrimenti un errore, per la sinistra italiana tutta, esiziale ed irreversibile.

mercoledì 3 marzo 2010

La regressione dei diritti non si ferma. Ora tocca all'art. 18.

Le notizie che fanno scalpore in questi giorni sono altre, dalle fibrillazioni politiche delle liste Pdl, alla morsa che il governo stringe sull'informazione, bloccando i talk show, per arrivare alle solite e scontate notizie di cronaca nera.
Eppure, la notizia che realmente coinvolge la maggior parte delle persone nel nostro paese, direttamente o indirettamente, passa quasi in sordina.
Probabilmente anche grazie al solito "fumoso" modo di informare degli organi mediatici del nostro paese.
Sarebbe interessante chiedere, per strada, alle persone, cos'è, l'articolo 18, a cosa si riferisce esattamente.
L'articolo 18, per chi non lo sa (e dovrebbe saperlo) è il diciottesimo articolo  del cosiddetto "Statuto dei lavoratori" (ci si riferisce alla legge n. 300 del 20 maggio 1970 denominata così), in realtà una norma del cosiddetto Diritto del Lavoro, quella parte giuridica che si è occupata e si occupa di definire e tutelare le forme del lavoro nel nostro paese, garantendo i diritti di lavoratori e lavoratrici indipendentemente dall'ambito in cui essi svolgono le loro funzioni lavorative.
L'articolo 18 parla nello specifico delle tutele sindacali dei lavoratori nei confronti delle aziende durante e sopratutto alla fine del rapporto di lavoro, un articolo che mette un freno alla possibilità di licenziamento da parte dell'azienda nel caso non ci sia "giusta causa".
Non è errato definire questo stralcio dello statuto come uno dei punti fondamentali e una delle conquiste maggiori, raggiunte dal diritto lavorativo e dalle lotte sindacali in Italia da sempre.
Un articolo, che più di una volta è stato alla ribalta della cronaca, in una contesa pluriennale tra le forze sindacali, i governi e l'imprenditoria, a dimostrazione di come sia quest'ultimo, un punto nodale dello scontro tra aziende e sindacati.
Paradossale il fatto che proprio le forze del centrosinistra con l'ormai celeberrimo "pacchetto Treu", abbiano cominciato a minare i diritti del lavoro, sdoganando il precariato e il lavoro interinale, in una escalation di "smantellamenti" che sono arrivati anche a questo "caposaldo" della tutela lavorativa; per la  cui rimozione,  lo stesso Treu, oggi ha espresso parole piene di preoccupazione.
Una "rimozione" che è improprio definire così, dato che il disegno di legge preparato dal governo Berlusconi da oltre due anni, non elimina di fatto l'articolo, ma lo "aggira" introducendo un altra figura che si affianca al giudice (garante tra lavoratore e azienda in caso di contesa) ovvero un arbitrato che in caso di scelta del lavoratore riguardo questa "possibilità",  giudicherà in tal caso un'eventuale contesa.
Detta così sembra cosa complessa e magari potrebbe pure apparire come equa o ininfluente ai fini del risultato, mentre la realtà dei fatti è molto più semplice.
L'arbitrato, elemento alternativo a quello giuridico tradizionale, può essere scelto all'inizio dello stipulamento del contratto tra lavoratore e datore di lavoro, con l'inserimento di una clausola apposita.
In parole povere, alla firma del contratto questa clausola potrebbe essere una "discriminante" per il lavoratore, obbligato a scegliere la forma dell'arbitrato, per eventuale contesa, pena la mancata assunzione.
Con ciò si metterebbe in mano la sorte lavorativa del lavoratore ad un soggetto esterno, quasi sicuramente gradito al datore di lavoro che,  potrebbe scegliere di appoggiarsi ad un arbitrato o ad una camera arbitrale di suo gradimento, inserendola fin da subito come futuro garante in caso di contesa.
In pratica, con l'introduzione di questa norma, si darebbe un  potere maggiore all'imprenditoria che potrebbe risolvere i rapporti di lavoro senza aver bisogno di motivi apparenti, una norma che aumenterebbe ancora di più la portata devastante del precariato in un mondo lavorativo già pesantemente incerto.
La levata di scudi è stata molteplice, da parte dei sindacati, dai partiti "d'opposizione" e dai sindacati maggiori con varie dichiarazioni sui media nazionali.
Quello che preoccupa è il tono dimesso e sopratutto la mancanza di un'adeguata informazione a cascata sulle persone.
Sappiamo bene come, tatticamente, in questi anni non solo CISL e UIL, ma anche CGIL abbiano avuto un atteggiamento ambiguo a seconda dei colori dei governi su certi temi, arrivando addirittura a non sostenere i referendum abrogativi del 2003 che volevano abolire il numero minimo per usufruire dei benefici appunto dell'articolo 18, estendendo tale "dirittto" anche ai lavoratori di aziende sotto i 15 dipendenti (ormai la maggioranza in Italia), referendum promossi all'epoca da Rifondazione Comunista e boicottati dall'ex sinistra Ds oltre che da CISL UIL e sostenuti solo in extremis da CGIL.
Non stupisce quindi che si sia arrivati a questo punto, ormai critico, quasi senza colpo ferire.
In un momento in cui la crisi economica morde ancor più duramente, come al solito si tutela chi ha il "coltello dalla parte del manico" cercando di snellire la burocrazia del mercato del lavoro con la scusa di voler aiutare l'economia a ripartire.
Peccato che gli unici "fardelli" da cui liberarsi paiono ancora e soltanto i lavoratori, sempre più avviati, grazie a questa normativa, nel caso passasse, ad una vita da precari, indipendentemente dal tipo di contratto.
Di tutto questo, se ne accorgeranno gli italiani?
Ne dubito fortemente.

martedì 27 ottobre 2009

Esselunga. Quando il guadagno non si ferma nemmeno con la morte.


La notizia, di ieri pomeriggio, come al solito è passata sotto silenzio sui più grandi media italiani.
Certo, ormai alle morti bianche siamo abituati, con dati che assomigliano sempre più ad un bollettino di guerra giornaliero, proveniente da una qualche nazione in conflitto.
Dati che in media negli ultimi tre anni si attestano sempre vicino ai mille morti l'anno, più o meno.
Facile quindi che con tre morti circa il giorno (dati in base al 2008) ci si trovi assuefatti a certe notizie.
Eppure lo spunto di cronaca c'era ugualmente, anche per i soliti sciacalli in cerca della notizia facile.
Peccato che se la notizia porti a spunti di riflessione, poco ipocriti e invece velenosamente critici, ci si astenga dal portarla alla ribalta delle cronache.
Nulla di nulla, ne sui quotidiani della carta stampata, anche quelli della sinistra, ne sui principali siti della rete, niente radio, tv et similia, solo qualche passaggio sull'edizione nazionale di Radio Popolare Network.
A cercare bene in rete, si rimane stupiti che nemmeno l'ANSA, citi la notizia, neppure nelle edizioni regionali della Lombardia, regione in cui è avvenuto il fatto di cronaca, nonostante rilasci il "solito bollettino di morti&incidenti" giornalieri.
Vengono dubbi addirittura che il fatto sia avvenuto davvero, poi purtroppo però, la notizia spunta, dalle pagine dell'edizione regionale del Corriere della Sera, sul sito del medesimo giornale.
Qual'è la notizia?
La notizia è questa;

Un autotrasportatore di 45 anni, Claudio B., è morto nel parcheggio di un supermercato Esselunga in via Washington a Milano. Erano le 10,40 di lunedì mattina quando l'operaio, posizionato dietro il camion per togliere dei fermi, è rimasto schiacciato dal mezzo, che si trovava su una rampa, in lieve contropendenza. Il camion, evidentemente non frenato, è arretrato schiacciando l'uomo contro il muro del magazzino. Inutili i soccorsi: il lavoratore è morto sul colpo. Il camionista era un dipendente dell'azienda trasporti Capozi.
Così scrive il corrispondente del Corriere dal luogo dell'accaduto.
La notizia non pare legata a particolari negligenze nelle norme di sicurezza, ma sembra una tragica disattenzione, probabilmente uno dei motivi per cui la notizia non ha destato molto scalpore.
Quello che è grave però, è che fino alle 14,30, su protesta di alcuni lavoratori e clienti dell'esercizio, nessuno si è preoccupato di fermare, almeno in segno di rispetto per una vita umana, la catena di vendita del supermercato.
Sembra il pluricitato luogo comune dello spettacolo "the show must go on".
All'Esselunga, evidentemente, conta più il profitto di mezza giornata che il rispetto della persona, di una persona che come tutti aveva una famiglia e una vita.
Solo alle 17,00 e solo grazie alla protesta suddetta, il ciclo di vendita si è fermato.
Spiace dover prendere atto di come questo evento sia l'ennesima dimostrazione del pericoloso arretramento dei diritti del lavoro e dello scadimento morale e sociale dei luoghi di lavoro, dominati solo da logiche di profitto per cui, un lavoratore non è molto dissimile da un numero su un foglio excel.
Fa parte dell'ingranaggio.
Un'altra spiacevole pagina che si aggiunge alle numerose altre scritte in passato dall'azienda milanese, contro i diritti dei lavoratori, costantemente costretti a lavorare in condizioni di pressione e mobbing.
Azienda che si dice "dispiaciuta e vicina al cordoglio della famiglia" e "pronta a chiudere l'esercizio nel giorno dei funerali dell'operaio".
Se lo dicono loro c'è da fidarsi, in fondo il catalogo premi dell'azienda si chiama "Fidaty".




(Per l'immagine del fotomontaggio, immagine libera, si ringrazia il sito: http://subvertising.noblogs.org/)

lunedì 7 settembre 2009

Estrema crisi. Lavoratori minacciano di darsi fuoco.

I dati della crisi economica paiono migliorare, anche se "c'è da stare ancora cauti", come si affannano a ripetere i media italiani e mondiali. Quel che non si placa sono le reazioni dei lavoratori alla crisi, che assumono toni sempre più spettacolari ed in alcuni casi, addirittura estremi.
Dopo la INSSE e altre decine di sue emule all'interno della classe operaia o semplicemente lavoratrice, che invece del "paradiso" si accontenta del più materialmente raggiungibile tetto, altre forme di protesta esplodono dirompenti; come nel caso dei lavoratori della Alcatel di Battipaglia (SA), i quali hanno addirittura minacciato di darsi fuoco.
Se da un lato c'è l'incredulità per la natura estrema del gesto, da un'altra parte non si può non capire il dramma umano di chi, improvvisamente perde il proprio lavoro, che non è solo sostentamento, ma anche progetti, serenità, diritto alla vita.
Questo per le tante "exit strategy" delle aziende in crisi però, purtroppo non conta.
La rigida e lucidamente spietata "legge del mercato" impone soluzioni drastiche per fronteggiare la crisi, peccato che in mezzo ci sia il rischio di stritolare intere famiglie, intere vite, cancellandone in un attimo il futuro.
Un futuro che grazie alla flessibilità dei contratti di lavoro, non è più garantito a nessuno e che lascia un sentimento di depressione e ansia perenni, aleggiare sulle teste di tanti trentenni di oggi.
Nel calderone del mondo del lavorativo, delle agenzie di lavoro interinale, di contratti a termine, di un anno, sei mesi, tre mesi, addirittura anche di una settimana, siamo tutti uguali.
Nessun titolo di studio, tirocinio o stage, ci differenzia l'uno dall'altro, la lotta spietata ormai si avvia verso gli strati sociali e i lavori più umili, tutti in concorrenza per un qualsiasi posto che serva anche solo ad avere una retribuzione qualsiasi, spesso bassa e con diritti contributivi al minimo.
In questo vuoto cosmico si notano solo le mancanze, e non solo individuali, ma anche collettive, mancanze di prospettiva, un'esercito di lavoratori dipendenti appesi ad un contretto a termine, e un'altro esercito di liberi professionisti schiavi del miraggio della propria partita IVA.
Ma la mancanza più grande è quella di una tutela sindacale vera, sopratutto degli strati sociali e lavorativi più nuovi, i sindacati colpevolmente fermi ad una concezione del mondo del lavoro, tardo anni '80, che in vent'anni di contrattazione hanno lasciato scoperti gran parte dei settori in maggiore espansione come quello genericamente chiamato dei servizi, la maggioranza oggi in Italia e nel mondo.
Non bastano le "prove di dialogo" tra CGIL e Marcegaglia, presidente di Confindustria, nessuno ci crede più, questo governo picchia duro e chi si salva, ammesso ne abbia davvero bisogno, sono i soliti paracadutati, figli di qualcuno o qualcosa, figli di uno stato in cui la raccomandazione e i beni patriarcali, marcano ancora oggi la differenza tra chi non ha nulla e chi continua nella "movida" di sempre.
I tagli alla scuola e ad altri enti statali preoccupano in maniera drammatica e il mio pensiero non può che correre a Marco, di Civitavecchia che da quanto ho appreso sul suo spazio virtuale in uno dei maggiori siti di social networking, ha perso il suo lavoro d'insegnante, dopo nove anni di fedele e appassionato contributo alla scuola pubblica italiana.
Questa è la nostra meritocrazia, non servi più? Allora ritorna pure nel limbo di chi cerca cronicamente lavoro.
A cinquant'anni da quel fatidico 1968 di rivolte e nuovi propositi, di scuola, sogni e idee di società, non posso non pensare che la lotta di classe non esista più.
Esiste eccome, ancora, semplicemente il concetto si è ribaltato, è una ristretta cerchia di elite a fare la lotta di classe, a tenere "sotto" chi, nato per essere semplice manovalanza, manodopera, cerca di assurgere ad un ruolo migliore in quel grande teatro che per tutti è la vita.

martedì 17 marzo 2009

Gli imprenditori "illuminati".

Imprenditori "illuminati".
Così in campagna elettorale il PD chiamava alcuni dei suoi candidati che "differivano" dall'esercito di squali senza scrupoli che militano nel PDL.
Ma ne esistono davvero o appena gli interessi personali entrano in conflitto con le istanze dei lavoratori, anche questi ultimi, gettano la maschera?
Diego Della Valle, pur non essendo di fatto un nome nella rosa dei candidati del PD, rimaneva, fino a pochi giorni fa, come uno degli "eletti" che fuori dal coro dei poteri forti e della Confindustria, tradiva un "lato umano" nei confronti dei suoi lavoratori e con alcuni bonus economici e ripetuti attacchi a Berlusconi, pareva essere una delle poche mosche bianche dell'imprenditoria italiana.
Spiace vedere che la realtà dei fatti è ben diversa, e che anche il titolare di Tods, tradisce l'insofferenza tipicamente padronale nei confronti del sindacato, quando quest'ultimo si fa portatore di critiche all'operato aziendale.
Così un delegato Filtea CGIL, Guerriero Rossi, è stato licenziato per aver scritto una lettera aperta all'azienda, dopo che in un'assemblea pubblica del 17 febbraio, gli era stata negata la parola.
Motivo?
Le parole "lesive" di Rossi nei confronti dell'azienda, che "pregiudicano irreparabilmente il vincolo fiduciario tra lavoratore ed imprenditore, non consentendo la prosecuzione del rapporto, neppure in via provvisoria".
Fatto grave, che a detta dei delegati sindacali dell'azienda, è solo il culmine di una situazione ambigua ormai perpetrata da tempo in Tods, dove anche grazie ai bonus "elargiti" (116 euro, promessi ai suoi 1700 lavoratori, ma poi di fatto, pare, mai arrivati) a titolo "personale" (cioè senza contrattazione sindacale), il sindacato viene di fatto "destituito" dal suo ruolo vero, quello di garante e strumento di contrattazione.
Se si tagliano fuori i sindacati si ottiene ne più ne meno quello che il governo Berlusconi, la Confindustria e l'imprenditoria, vogliono, cioè la destrutturazione del mercato del lavoro e delle forze sindacali che vengono escluse da tutti i processi di contatto tra aziende e lavoratori.
Un processo teso a favorire solo gli interessi privati delle aziende, libere di "contrattare" al suo interno modalità diverse di rapporto tra loro e i propri lavoratori, che passano da categoria, da segmento lavorativo unitario, a semplice manodopera individuale o aziendale, strumento inerte delle aziende, soggetto a tutti i cambiamenti del mercato.
Una "deregulation" a tutti gli effetti, in cui i diritti acquisiti in decenni di lotte vengono cancellati.
Il signor Della Valle, ecumenico nel dispensare aiuti ai suoi "fedeli/sudditi", fa però di loro cosa meglio crede, ma non accetta contrasti evidentemente e ciò è molto grave, riportando il mercato del lavoro agli anni 50, al padronato, al caporalato, ad un rapporto tra dipendente e datore di lavoro, servile, non organizzato, dove si esalta la contrattazione individuale del proprio lavoro a dsicapito di quello degli altri, in una sorta di "mercato concorrente", tra lavoratori della solita categoria e ambito industriale.
Non è casuale che sia stato colpito proprio un sindacalista e proprio un delegato CGIL, sindacato da sempre "mal visto" in Tods, per un atteggiamento incalzante su alcune falle contrattuali, come quella del "secondo livello", un contratto integrativo che Della Valle si è sempre rifiutato di discutere, sia con CGIL che con RSU.
Dispiace vedere che in un momento di crisi, sopratutto per il settore calzaturiero, le soluzioni siano sempre unilaterali e sempre a discapito dei lavoratori, rifiutando la collaborazione della base sindacale e rifiutando la possibilità di ricerca di soluzioni alle problematiche lavorative in divenire, in modo ampio, collaborativo.
Anche per gli "illuminati" evidentemente, in fondo, il lavoratore rimane un semplice subordinato, a cui si da una pacca sulla spalla se diligentemente lavora, di cui disporre a piacimento, da cui, non ci si aspettano parole, pensieri in contrasto con le politiche aziendali, del "padrone".
Il metodo del bastone e della carota.