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giovedì 24 febbraio 2011

Caro Nichi, perchè ignori la sinistra? di A.Burgio


di Alberto Burgio su il manifesto – 22 febbraio 2011
"Come siamo messi a sinistra? Siamo messi male. Non è una novità, certo. Ma, visto che le cose precipitano e ci potremmo trovare in campagna elettorale dall’oggi al domani, vale la pena di dirsi le cose come stanno, senza troppa diplomazia.
Sul manifesto si sono susseguiti in questi mesi gli appelli all’unità delle forze di alternativa. Appelli dettati dalla ragionevolezza e dalla responsabilità, non dall’ingenuità. A nessuno sfuggono le difficoltà del mettere insieme gli spezzoni di una sinistra andata in frantumi. Se si sostiene che, ciò nonostante, ci si dovrebbe sforzare di trasmettere al “popolo della sinistra” un senso di condivisione e di reciproco ascolto, è perché si ritiene che lo spettacolo delle divisioni (per non dire del settarismo e della litigiosità) rischia di respingere potenziali elettori (l’astensionismo è oggi il secondo partito italiano e recluta anche a sinistra) giocando a favore delle forze moderate.
Tutti questi appelli – nessuno escluso – sono sin qui caduti nel vuoto. Chi li ha lanciati ha svolto il frustrante ruolo della voce che urla in un deserto. La cosa appare particolarmente incresciosa adesso, alla luce delle ultime evoluzioni dello scenario politico. Sembra che alle elezioni si presenteranno tre poli. Con la destra berlusconiana e leghista competeranno un centro moderato a dominante destrorsa (Fli, Udc, Api, Mpa) e un centrosinistra a dominante moderata (Pd, Idv, Psi, Sel, Fds, Partito radicale, Verdi). La tripartizione della rappresentanza è un salutare congedo dal bipolarismo che ha prodotto guasti giganteschi negli oltre quindici anni della cosiddetta Seconda Repubblica. Ma la somma algebrica tra i partiti resta favorevole alle forze moderate. C’è da augurarsi che la prossima maggioranza nasca dalla convergenza tra centro e centrosinistra. Ma anche in questa eventualità si tratterà comunque di un governo assai più conservatore di quelli guidati da Romano Prodi (il che è tutto dire). In questa situazione davvero poco entusiasmante (dimostrazione che le condizioni sfavorevoli tendono a riprodursi e che assai raramente si verificano rimbalzi spontanei) chi si augura che il Paese volti pagina e cominci un nuovo cammino auspica che la sinistra aumenti quanto possibile il proprio peso relativo, e questo difficilmente potrebbe accadere qualora andassero dispersi consensi potenzialmente diretti verso Sel o verso la Fds.
Questa è la ratio degli appelli unitari susseguitisi con scarso successo su queste pagine. Ma a questo punto è giusto dire con chiarezza che le responsabilità dell’indifferenza che essi hanno sin qui incontrato non si ripartiscono in parti uguali tra i destinatari. La responsabilità è anche in questo caso proporzionale alla forza. È quindi in primo luogo su Nichi Vendola che incombe, se non altro, l’onere di chiarire il proprio pensiero in tema di unità della sinistra. Ciò, peraltro, lo aiuterebbe a definire con maggior nettezza e coerenza la linea strategica di Sel, evitando gli eccessi tattici che in questi giorni lo hanno portato ad avanzare proposte poco opportune.
Non stupisce che il meritato e travolgente successo della sua figura possa indurre Vendola in tentazione. Ma la troppa spregiudicatezza sul terreno della politica politicante è cattiva consigliera. E le sirene dell’autosufficienza non dovrebbero sedurre un politico navigato, consapevole della volatilità e dell’ambivalenza di un consenso raccolto in una società atomizzata e post-democratica (queste cose non valgono solo per la destra), pervasa (anche a sinistra) dalla subcultura del leaderismo carismatico.
Sta di fatto che l’ostentato silenzio di Vendola per ciò che riguarda le altre forze della sinistra – a cominciare da quella Fds che comprende un partito da lui stesso fondato – rischia di apparire agli occhi di tanti un’incomprensibile manifestazione di chiusura, se non di ostilità. E rischia di alienargli molte simpatie, tanto più che sulle persistenti divisioni a sinistra potrebbero far leva altri partiti (a cominciare dal Pd) giocando l’una contro l’altra le forze di alternativa e sfruttando a danno di tutte il noto meccanismo del «voto utile». Sarebbe davvero un peccato che anche questa speranza di un nuovo inizio venga ostacolata da comportamenti che poco sembrano avere a che fare con la «buona politica» che Vendola con forza invoca."


Il mio commento personale, è che  - oltre al sempre ottimo Burgio - non si può che condividere gran parte della sostanza dell'articolo.
Gli ultimi scivoloni verbali di Nichi (che meritano una riflessione, a presto un articolo su InControcorrente), possibilista verso addirittura il polo dei "finiani", con poi il successivo investimento a premier di Rosy Bindi (quanto c'è di vero e quanto di tattica?) hanno infatti creato più di un'inquietudine a sinistra.
I commenti pieni di perplessità per questa operazione, di Alfonso Gianni (su Liberazione), di Rinaldini, di Ferrero o anche di indignazione (sacrosanta) dei coniugi Guliano e Heidi Giuliani (genitori di Carlo Giuliani, per non confondersi), sono un buon metro di misura per capire come sia netto il dissenso di larghissima parte della sinistra alternativa.
Il problema è che, personalmente ritengo impossibile quanto auspica giustamente, Burgio.
Vendola non calcola minimamente chi è alla sua sinistra, ne tantomeno può permettersi di fare a meno del PD.
A presto un commento approfondito.

InControcorrente

lunedì 17 gennaio 2011

FIOM, lo spartiacque della sinistra.

Ha vinto il sì.
Nel "gioco delle tre carte" che ha proposto alla platea mediatica Marchionne, sono stati decisivi, i 400 voti circa degli impiegati e dei "quadri" di Mirafiori.
Un gioco che io definirei di prestigio, perchè, nella contesa proprio gli impiegati sono coloro che non saranno toccati dall'accordo.
Un numero di persone che però, sarebbero state toccate nel caso di uno spostamento produttivo di Fiat da Mirafiori all'estero.
E' dunque bastato il ricatto padronale di Marchionne per "smuovere" ed avere la certezza del voto, massiccio e quasi uninime di una parte della fabbrica, assicurandosi così un cospicuo vantaggio iniziale.
Un vantaggio che si è rilevato insufficiente, dato che, per chi si aspettava in risultato simile a Pomigliano, le cose sono andate diversamente e la vittoria del sì, è arrivata solo ed esclusivamente per quel centinaio di voti.
Tanto che, se si prendono in esame solo i voti dei vari settori della linea di montaggio si vede come il risultato si ribalti.
La vittoria di Marchionne e dell'esercito dei "responsabili, moderni e non ideologizzati", (CISL, UIL, UGL) è mediaticamente, una vittoria di Pirro.
Un risultato che rafforza la FIOM, che vede raddoppiare i consensi rispetto ai voti previsti dei soli tesserati, coinvolgendo dunque anche una parte di lavoratori, nel diniego all'accordo, provenienti anche da altre sigle.
Nessun plebiscito per Marchionne dunque, che per forza adesso dovrà investire, ma sopratutto un confronto che si protrae nel futuro, dato che, indipendentemente da ciò che l'accordo stesso dice (nessuna rappresentanza per chi non firma), dovrà comunque confrontarsi con con un ampio fronte di disaccordo.
Una situazione  quella di Mirafiori, tutta in divenire anche in prospettiva dello sciopero del 28 gennaio.
Gli "strascichi" però non si fermano qui, anzi, travalicano il solo ambito lavorativo e d'azienda e investono pesantemente anche il mondo politico, in particolare nel "centro-sinistra".
Se sono chiare le posizioni di Fassino e Chiamparino, così come di Veltroni o del "rottamatore" Renzi, tutti esposti verso il sì, molto meno chiara è la posizione, attendista e quasi imbarazzata, dei vicini all'attuale segretario Bersani e di quella larga parte del Partito Democratico legata ad ampi settori del sindacato CGIL.
L'imbarazzo e la difficoltà sono palpabili, così come la sensazione di trovarsi in posizione scomoda, rispetto ad un valico, che rischia di essere esiziale, per lo stesso PD.
Con le dichiarazioni di alcuni degli esponenti del Partito Democratico infatti, si definisce finalmente l'identità di partito interclassista di quest'ultimo, in maniera chiara, c'è uno scarto quindi tra la base militante, proveniente dal vecchio PCI ed ancorata ad un concetto di partito classista; e un vertice che oggi, rischia di non rappresentarla più correndo dietro ad una "modernità" di posizioni, quasi sovrapposta a quelle che si possono trovare nel PDL.
Il rischio è quello di uno svuotamento del Partito Democratico, dal senso del suo esistere, (ha senso votare un partito che non ti rappresenta?) dalla propria base elettorale, uno svuotamento che rischia di creare una "frattura" tra la parte politica del partito e quella militante, due parti non più aderenti l'una all'altra, ma scollate e in alcuni casi addirittura pericolosamente opposte.
Non serve a niente inoltre, ripetere il solito "mantra" del partito "con più posizioni" quando, su questioni così importanti e dirimenti, come quella dell'accordo di Mirafiori, ci si spacca mediaticamente in un clima d'incertezza totale, tra dichiarazioni antitetiche l'una all'altra; l'effetto prodotto rimane comunque profondamente negativo di fronte ad una base elettorale spaesata, muta  nella propria delusione, irrigidita da dichiarazioni e posizioni poco chiare, sempre diverse.
Se prendiamo per buoni i sondaggi, (per quello che contano), il PD è in caduta libera rispetto all'ultimo dato uscito e andato in onda su La7 il 9 gennaio con un risultato che si attesta al 26,2 per cento, con una perdita del 1,7 rispetto ad un sondaggio precedente.
Un risultato disastroso in una fase in cui Berlusconi dovrebbe essere in netta difficoltà.
Considerando inoltre la crescita dei partiti minori (IDV, SEL, Fed. Sinistra) ma la decrescita globale del centro-sinistra (che perde lo 0,4) si vede come i voti che ingrossano altre fila, sopratutto dei partiti che partecipano alla "coalizione" (IDV e SEL), siano erosi direttamente al Partito Democratico, in una "trasmigrazione" di voti di area da una sigla all'altra.
Segno evidente che il PD, suscita sempre meno "simpatie", ma segno altrettanto evidente di come, la gran massa di elettori potenziali che non votano non sia attratta dal centro sinistra come progetto politico.
Un progetto politico, che si riduce alle tanto decantate "primarie di coalizione", invocate da Vendola e al leaderismo dei personaggi di spicco dei partiti in questione, delle piccole "polis" elettorali innestate sul volto telegenico dell'uno o dell'altro personaggio di spicco.
Un po' poco in una fase come questa.
Anche Nichi Vendola, vero fenomeno mediatico del momento, non esce bene da questa "fase", le primarie infatti, sono scivolate in secondo piano, il PD guarda sempre più al centro e i propositi egemoni del politico di Terlizzi alla guida del centro sinistra paiono sfumare.
Quale sarà la sua posizione, lui sempre sordo alle richieste di "un terzo polo di sinistra" oltre (e senza) il PD?
L'impressione è che sia arrivato il momento della decisione definitiva e che il referendum FIOM sia lo spartiacque di nuove, eventuali, coalizioni politiche.
Arriva il momento in cui non ci portà più nascondere ed occorrerà dare risposta alle migliaia di operai che hanno votato no, suscitando una miriade di appelli, sostegno, interessi della società civile.
Una società civile che si è coalizzata dietro una battaglia simbolica, come quella di Mirafiori, ma che si trova da sempre, divisa alle urne.
Basterà "insufflare", "sparigliare le carte" nel PD per ridare vigore a un qualcosa che appare celebralmente morto, come la vecchia forma di coalizione del centro sinistra?
Io, personalmente non credo.

lunedì 26 aprile 2010

Il Salto nel Buio. Appello per la difesa della Costituzione.

Ricevo e pubblico con piacere quest'appello, scritto da un amico, rivolto a tutte le forze democratiche della sinistra e dell'opposizione al governo Berlusconi e pubblicato ieri, 25 aprile 2010 sui quotidiani Liberazione e il Manifesto.
Con la speranza che possa trovare la più ampia collaborazione e diffusione. 
 
 
“Il salto nel buio”

APPELLO PER LA SALVEZZA DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA E DELLO STATO DEMOCRATICO NATI DALL’ANTIFASCISMO E DALLA LOTTA DI LIBERAZIONE
E CHIAMATA A TUTTI I CITTADINI, ALLE FORZE POLITICHE E SOCIALI, DEMOCRATICHE E DELLA SINISTRA, AD UN RINNOVATO PATTO PER LA SUA DIFESA E ATTUAZIONE

Stiamo per entrare dentro l’ennesima, torbida, fase di attacco alla Costituzione democratica e antifascista. Ma, a differenza  delle precedenti fasi, in particolare dell’ultima, a cavallo tra il 2004 e il 2006 (qualcuno ricorderà i famosi “saggi di Lorenzago” dove i “nuovi “padri Costituenti” della destra progettarono il cambiamento della Costituzione), l’attuale ha al suo interno molti maggiori elementi di pericolosità.
In primo luogo per la dispersione, da oltre 2 anni, di quell’ampio schieramento democratico e progressista che si era aggiudicato tutte le consultazioni elettorali, amministrative e politiche, succedutesi nell’arco temporale 2002-2006 (sebbene d’un soffio le politiche del 2006) e, soprattutto aveva vinto, nettamente, il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006.
E lì parve che la sconfitta della destra fosse avvenuta anche nella società, uscita provata e ulteriormente impoverita dall’illusionismo berlusconiano, ma ahimé, i fatti immediatamente successivi s’incaricarono di dimostrare che così non era. E in effetti, al contrario di quanto molti di noi pensavano o auspicavano che venisse posto in essere da parte dello schieramento progressista, cioè la valorizzazione e il consolidamento, politico e culturale, dell’eccezionale risultato referendario, e quindi la riaffermazione della Costituzione, venne imboccata, subito e scelleratamente tutt’altra strada: il rilancio nel campo della destra del tema delle “riforme” costituzionali”!
Così facendo si dimostrava chiaramente – qualora non ci se ne fosse ancora adeguatamente convinti nel corso del tormentato quindicennio 1994-2008 – che gran parte delle nostre “classi dirigenti”, di fatto, avevano oramai assunto, nel profondo, assieme alle “coordinate” economico-sociali proprie della destra (il liberismo economico, l’assunzione, irriflessa e irrazionale, del tema del razzismo e conseguenti politiche securitarie…), anche la relativa e connessa “ideologia istituzionale” (accentuazione del momento decisorio di vertice – presidenzialismo nelle sue varie versioni, ridimensionamento della funzione delle assemblee elettive, centrali ma anche locali, dai propri compiti legislativo e di controllo, trasformazione radicale di quelle particolari associazioni di cittadini - i partiti politici, così come previsti dalla Costituzione all’art.49, che per tutta una lunga fase repubblicana avevano svolto un’importante funzione pedagogica per larghi strati della popolazione, quella “scuola gratuita di massa” secondo l’efficace definizione di Lelio Basso; il “ridimensionamento” dell’autonomia della magistratura..), dandone, tra l’altro, concreta prova nell’agire politico dell’ultimo quindicennio  (modifica del Titolo V della Costituzione con i voti del solo centro-sinistra, aumento della precarietà del lavoro e connessa riduzione delle tutele, leggi elettorali restrittive della democrazia..).
Tutto ciò era avvenuto ben prima del tracollo elettorale del 2008, nel cui ciclo di emarginazione politica e sociale siamo tuttora immersi.
 
E ADESSO?
 
Il continuo degradarsi dello spirito pubblico e la connessa criminalizzazione del dissenso e della stessa agibilità democratica sono giunti a livelli quasi autoritari, sol che si pensi ai continui e quotidiani attacchi, rivolti da anni, dal capo del governo e dai suoi collaboratori, agli organi di informazione non ancora loro asserviti, e a tutti gli organi di garanzia e di autogoverno democratico e costituzionale.
Il Parlamento, di fatto ridotto ad organo di mera ratifica della volontà del capo e della sua coalizione di “bravi”; la Magistratura, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura e il Presidente della Repubblica, continuamente sottoposti ad una pressione tipica di una “repubblica sudamericana anni ‘70”.
Ma è particolarmente nei confronti del Capo dello Stato, organo mediatamente politico e di garanzia costituzionale, che si sono realizzate, di fatto, le principali deformazioni, dal momento che la sua funzione costituzionale è stata  subdolamente fatta apparire, e ovviamente “gradita”, non più come il garante supremo della Costituzione, la “viva vox constitutionis”, secondo la celebre formula di Calamandrei, bensì in quella, assai ridimensionata e volutamente ininfluente di notaio-certificatore, contro la Costituzione.
Il consolidamento della destra nelle sedi politiche ed istituzionali, nella società e nello stesso senso comune, rendono a nostro avviso concreto il realizzarsi, in questa legislatura, di quel cambiamento costituzionale in chiave autoritaria – cesarista, a cui mira, incessantemente da circa un trentennio (quantomeno a partire dal programma di rinascita democratica di Licio Gelli) la parte peggiore del paese.
Per questo riteniamo di trovarci dinanzi all’ATTACCO FINALE e potenzialmente demolitore della nostra Carta Fondamentale, e insieme ad essa della repubblica democratica e antifascista così come concepite e volute dall’Antifascismo e dalla Resistenza liberatrice.
Senza timore di esagerazione, qualora ciò si avverasse vedremmo ulteriormente ridursi ed in maniera significativa il già degradato spazio politico e pubblico per le forze dell’alternativa, oltre che le sfere di libertà di ciascun soggetto, singolo e associato.
Siamo cioè consapevoli di trovarci dinanzi al serissimo e incombente scenario proprio di un cambiamento radicale di regime, connotato dal presidenzialismo del capo popolo e da un’autocrazia elettiva (maggioritaria) ad esso subalterna e connessa, al solo fine di cristallizzare, costituzionalmente, la sciagurata accoppiata data dalla deriva plebiscitaria-autoritaria del capo con il razzismo, ormai dilagante, della destra reazionaria e del leghismo.
Per questi motivi intendiamo invitare tutti i cittadini, singolarmente e nelle forme associative loro proprie, le forze politiche della sinistra e democratiche, le forze sociali e sindacali, ad incontrarsi nelle ricorrenze, del 25 Aprile, del 1 Maggio e del 2 Giugno, a Roma e in tutte le città italiane, rivolgendo loro un accorato e solenne invito ad UNIRSI per realizzare un PATTO per LA SALVEZZA della COSTITUZIONE repubblicana e dello STATO democratico nati dalla Resistenza. Un ultimo, e ci auguriamo non tardivo, sussulto democratico al fine di scongiurare l’inevitabile baratro.
Pur consapevoli delle diversità politiche e culturali che esistono tra noi, riteniamo certamente prevalente la necessità di porre in essere, tutti insieme e da subito, ogni sforzo per la difesa attiva e intransigente della Costituzione e della democrazia del nostro paese.
Il senso della storia e dei suoi processi, e la relativa interpretazione dei fatti storici, così come tramandatici dai nostri Maggiori, sono ben vivi in tutti noi.
Per questo auspichiamo che questa consapevolezza storica possa nuovamente radicarsi nella coscienza civile del paese e, conseguentemente, nella riflessione politica e culturale in luogo della malapianta di una certa politologia e di un certo  ingegnerismo istituzionale che, nella migliore delle ipotesi appaiono scevri del benché minimo connotato valoriale democratico - sociale, quando addirittura non assumono il ruolo di vero e proprio strumento ideologico al servizio dei potentati economici e dunque del liberismo contro la Costituzione e la democrazia sociale da essa prevista.
Riteniamo dunque strumentale e frutto di una logora “politica dello scambio”,uscita sconfitta dal referendum popolare del 2006, l’ennesima riproposizione del tema delle c.d. “riforme” costituzionali. Sappiamo che sono ben altre le urgenze del paese!
Consideriamo perciò irricevibile la proposta dell’attuale maggioranza, perché finalizzata unicamente al recepimento in Costituzione dei postulati politici e culturali del berlusconismo e del leghismo.
Qualsiasi “revisione” costituzionale nel contesto dato, considerando i rapporti di forza in campo e la squilibratissima possibilità di comunicazione, equivarrebbe ad un vero e proprio salto nel buio per la democrazia e la libertà, ed un’ulteriore perdita secca, in termini di diritti di libertà e diritti sociali, per i lavoratori e per i cittadini, già duramente colpiti da una Crisi, il cui acme non è stato ancora raggiunto.
Con questa nostra Chiamata vogliamo, invece, recuperare quello slancio e quella linearità d’azione che hanno caratterizzato la battaglia referendaria per la salvaguardia della Costituzione del 2005-2006, in cui, la giustezza e la nettezza della Lotta per la Costituzione furono compresi dalla maggioranza dei cittadini italiani, e dove le forze di sinistra seppero uscire, dopo molti anni, dalla marginalità per tornare a parlare, da protagoniste, al paese!
E’ questo ciò che ci prefiggiamo. Sono terminati i tempi degli slogan, delle mezze parole dal sapore incomprensibile e tecnocratico, del politichese più o meno corretto.
Intendiamo tornare tra la nostra gente, tra i lavoratori per proporre, nell’immediato, un Patto per la salvezza della Costituzione fondata sul lavoro, che costituisca il primo passo da cui proiettarsi in direzione della effettiva e duratura riconquista democratica e costituzionale del paese, per l’attuazione del programma democratico – sociale della Carta, che significa non soltanto Governo ma qualità dell’azione politica sui temi fondamentali per il paese e i suoi cittadini (politiche redistributive e di pace, piena e buona occupazione, scuola e sanità pubbliche, beni e servizi pubblici e sociali, casa ecc..).
Siamo ben consci che il nostro Appello e la nostra Chiamata avvengono dopo che molte, troppe occasioni, funzionali al ristabilimento di una normale dialettica democratica, sono state sprecate.
Ne sono seguiti errori, gravi sottovalutazioni della pericolosità dell’avversario, si é manifestata all’interno del ceto politico e conseguentemente nella società una vera e propria subalternità culturale rispetto ai temi delle destre, vecchie e nuove, e lo specchio di ciò è rappresentato dal recepimento di un sistema elettorale antidemocratico, funzionale e omologante al mainstream capitalistico internazionale, formalmente bipartitico ma sostanzialemente monopartitico (il monopartitismo disgiunto), che costituisce una della cause principali del riduzionismo democratico in atto. Ed in più piccoli e insensati egoismi di partito. Soltanto se sapremo superare tali errori di prospettiva e di prassi politica, potremo risollevarci.
Siamo però persuasi che ciascun cittadino, ciascun lavoratore italiano, ogni soggetto collettivo destinatario del nostro Appello e della nostra Chiamata, nessuno escluso, sia in buona parte consapevole della drammaticità del momento che stiamo vivendo, e della grandissima responsabilità che questo implica per il futuro della nostra democrazia e della nostra libertà. 
Se non ora quando? La resistenza (costituzionale) continua.

Primi firmatari: Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Michelangelo Bovero, Emiliano Brancaccio, Maurizio Brotini, Alberto Burgio, Lorenza Carlassarre, Massimo Ceciarini, Antonello Ciervo,  Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Elisabetta Grande, Alfiero Grandi, Claudio Grassi, Donata Gottardi, Carlo Lucchesi, Maria Rosaria Marella, Giovanni Marini, Gerardo Marotta, Ugo Mattei, Corrado Mauceri,Giorgio Mele, Siliano Mollitti, Diego Novelli, Andrea Panaccione, Roberto Passini, Marcello Rossi, Cesare Salvi, Paolo Solimeno, Alessandro Somma, Massimo Torelli, Gianni Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci, Zaccheo Nencioni

martedì 20 aprile 2010

Vendola in fuga da SEL. SEL in fuga da se stessa.

Che le cose non andassero per il verso giusto lo si era ampiamente intuito, nelle settimane scorse, quando in risposta al "lancio" delle cosiddette "Fabbriche di Nichi", (i nuovi laboratori progettuali del governatore pugliese Vendola); si erano avute da più parti all'interno di Sinistra Ecologia e Libertà, risposte quasi piccate, da parte dei vari esponenti di punta del partito/movimento.
Sia Claudio Fava che l'ex PRC Alfonso Gianni, fin da subito, mettevano in dubbio la bontà dell'operazione politica del leader pugliese.
Un'operazione che, a margine di un risultato mediocre alle elezioni regionali, dove SEL non ha "sfondato" , ma anzi è stata salvata solo grazie ad un ottimo risultato in Puglia; è stata vista come una pericolosa deriva personalistica, in netta contraddizione con l'avanzamento del progetto SEL; un progetto che ancora sopravvive in forma di movimento, in attesa di un congresso (a dicembre prossimo?) che ne sancisca la definitiva nascita politica.
Una nascita da subito problematica, se si pensa come, proprio il congresso che sarebbe dovuto avvenire nell'estate è stato appunto rimandato a data da destinarsi.
Ma ciò che ha suscitato più sensazione è stato senz'altro lo svolgimento della conferenza programmatica avvenuta sabato scorso a Roma, nello storico Centro Congresso Frentani.
Platea assembleare che fin dall'inizio si è subito riscaldata, grazie proprio all'intervento del "leader maximo" di SEL, Nichi Vendola.
Vendola, che forte della vittoria pugliese, ha ribadito con forza come l'unica accellerazione possibile, sia da fare solo sul sostegno alla propria figura politica.
Il governatore del Tavoliere ha usato parole durissime, come si apprende da un articolo di domenica scorsa su Il Manifesto, dove "Nikita", appella i suoi con un  - "SEL è diventata un partito berlusconiano"- ed ancora " un partito in cui l'unica logica che vince è quella della competizione".
Parole che suonano come un'intenzione, nemmeno così celata di passare ad altro.
Ed ecco che spuntano di nuovo "Le Fabbriche di Nichi", che hanno "tirato la volata" al leader, nelle regionali da poco concluse.
Un progetto, quello delle "Fabbriche", a detta dello stesso Vendola, parallelo a quello di SEL, autonomo e non direttamente collegato a nessun soggetto politico, ma incentrato totalmente sul "personaggio" Nichi Vendola.
Un progetto che rischia seriamente di minare la costruzione di Sinistra Ecologia e Libertà, nella sua forma partito, che perso il suo leader più carismatico e non avendo una piattaforma politica ben definita, avrebbe poco senso d'esistere.
Una piattaforma politica che dovrebbe passare, a sentire Claudio Fava,  dalla forma movimento a quella partito - "E' tempo che SEL non sia più una somma di storie ma diventi stabilmente sostanza politica".
Francamente, sembra davvero sempre più improbabile che ciò accada, quando nemmeno gli stessi dirigenti sono disposti a scommetterci più.
Emblematico poi, che Vendola, abbia declinato un eventuale incarico di segretario di partito.
Se non è la parola fine, poco ci manca.
La fuga da SEL è già cominciata mesi fa con la "fuoriuscita" di PSI e Verdi, e continua con l'abbandono della Belligero (ex PDCI) di poche ore, fa.
La sensazione è che l'unica cosa, che rimane in SEL sia l'elettorato, un elettorato confuso, diviso, spaesato, in ostaggio tra il carisma del suo politico mediaticamente più importante e le sacche residuali degli "ex partiti" aderenti al progetto.
Un progetto nato con l'intento di produrre un salto di qualità alla sinistra del Partito Democratico, ma che ben presto si è reso inefficace per la sua natura subalterna a quest'ultimo, tra accordi improbabili sui territori e incertezze programmatiche.
Con il senno del poi, si potrebbe dire che i tumulti scissionisti prodotti dai fuoriusciti di PRC. PDCI e SD, siano stati l'ennesimo harakiri di una sinistra, sempre più residuale e ininfluente nel panorama politico italiano.
Intanto nella formazione politica affine ad SEL, la Federazione della Sinistra, c'è già lancia un salvagente agli ex compagni, proponendo un processo federativo comune, nel rispetto ognuno delle proprie diversità.
Processo che servirebbe a non disperdere quell'elettorato che suddiviso in due forze politiche, si attesta per ognuna intorno al dato del 3 per cento dei voti a livello nazionale.
Una percentuale che se analizzata nello specifico, ci fa capire come, nonstante SEL si attesti al 3.0 pieno (contro il 2,9 della Federazione) in 9 regioni su 11 sia dietro al progetto politico dei vari Ferrero, Grassi, Diliberto e co. e solo l'ottimo risultato pugliese,  come già detto, salvi un progetto politico in pericolosa caduta libera dalle europee, che senza il dato pugliese si attesterebbe intorno ad un risicato 1,5/1,9 per cento.
Peccato che senza Nichi Vendola, di SEL rimanga ben poco e se è facile auspicare un successo mediatico per il governatore, in odore di candidatura per le politiche 2013 e forte di un buon consenso personale, molto meno roseo è il futuro di SEL stessa, priva di un progetto politico chiaro, e di una collocazione identitaria definita.
Senza Vendola di fatto non esiste SEL.
Per chi vede Nichi Vendola come "la soluzione" alle tribolazioni del centro sinistra italiano, sarà un problema di poco conto, si tratta solo di seguire la scia del suo carisma.
Per tutti gli altri che hanno creduto e ancora credono nel progetto SEL, sopratutto se politici illustri in cerca di un appiglio, pare proprio che debbano farsi una ragione,  della prematura fine di un progetto mai nato e che pare destinato a morire prima addirittura di emettere il suo primo vagito.

martedì 6 aprile 2010

La Sinistra alla finestra.

Le elezioni regionali si sono ormai concluse da una settimana.
Aldilà dei vari proclami, più o meno di circostanza del Partito Democratico, sappiamo bene chi ha vinto.
Sono sempre le solite facce.
L'Italia, che lascia indietro gli altri due colori della sua bandiera, si tinge sempre più di un verde "padano".
L'astensionismo ridimensiona un po' tutti, ma sopratutto i due grandi partiti che seppur in maniera e con percentuali diverse, arretrano.
Se per il PD, l'emorragia di voti comincia a farsi preoccupante, anche grazie ad una migrazione di voti verso l'IDV, le sinistre extraparlmentari tengono con grande difficoltà, limitando i danni, rispetto ai dati delle elezioni europee.
Non bastano quindi alcune regioni da sempre negli ultimi anni, critiche per i partiti della sinistra (Veneto, Lombardia), per spiegare, in un momento che pure avrebbe potuto essere favorevole, un così pericoloso arretramento, mitigato, solo in parte dai buoni risultati (ma sempre con risultati ridimensionati) nelle cosiddette "regioni rosse".
In particolare, se guardiamo i dati di Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia e Libertà, notiamo come, ambedue le forze politiche siano a lambire un risultato complessivo che si attesta attorno al 3% dei consensi che sarebbe ben peggiore, poi, per quest'ultima forza politica senza la presenza fondamentale del rieletto governatore della regione Puglia, Nichi Vendola che "in casa" alza di molto la media del suo partito a livello nazionale con un ottimo e prevedibile 9,7; ma nel resto d'Italia subisce un pesante arretramento rispetto ai dati delle europee con percentuali che vanno da 1,5 a 1,9 per cento.
Per quanto riguarda invece la Federazione della Sinistra nonostante alcuni buoni risultati, sopratutto in Umbria, nelle Marche (insieme ad SEL) e in Toscana, le sfide cruciali delle regioni di Lombardia (con Agnoletto) e Campania con la candidatura d'immagine del segretario PRC Ferrero, vengono pesantemente disattese con risultati mediocri, tra il 2 e l'1,5.
Per quanto riguarda invece il Partito Democratico, che vince con facilità in Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Marche, perdendo comunque molti voti (in Toscana quasi 8 punti percentuali), probabilmente essendo il partito più colpito di tutti dall'astensionismo, subisce due dolorose sconfitte in Piemonte (Bresso battuta da Cota, per un pugno di voti) e nel Lazio dove pesa lo scandalo Marrazzo e la candidatura non molto ben vista dai poteri forti del Vaticano, di Emma Bonino.
Chi cresce, ma nemmeno troppo è la solita Italia dei Valori di Antonio Di Pietro su cui non pesano nemmeno gli appoggi a candidature scomode per il partito dei "giustizialisti" come quelle di De Luca e Loiero, segno evidendte di come, anche nell'IDV, contino molto più i messaggi populisti del "leader" invece dei contenuti.
Sorpresa vera, le liste "Cinque Stelle" del comico Beppe Grillo che ottengono due risultati importanti in Piemonte grazie alla lotta alla Tav e in Emilia Romagna, suscitando le ire di buona parte del PD, che vede come maggiori responsabili della sconfitta i "grillini" riguardo la regione Piemonte, colpevoli di aver sottrato voti, visto il minimo scarto tra i due candidati.
Nell'empasse politica della sinistra italiana, dunque, si avvertono già le prime scosse di alcuni movimenti che appaiono sempre più come stravolgimenti tellurici.
Se nel PD riparte la solita guerra fratricida tra le vari correnti di vecchi e nuovi "potenti",  le scorie dello scorso congresso dell'IDV fanno sbandare la minoranza di De Magistris a sinistra con proclami di unità oltre il PD su tematiche comuni e su esempi simili al fronte della "Gauche" francese.
Appello subito accolto da Nichi Vendola e dagli esponenti della Federazione della Sinistra, nel tentativo di uscire dall'isolamento politico in cui si trovano oggi i partiti "dell'alternativa".
Se per quanto riguarda la Federazione, il confronto vorrebbe essere programmatico e vorrebbe dare un'accelerazione al progetto stesso della Federazione ancora oggi percepita come una "sommatoria di partiti", in Sinistra Ecologia e Libertà si punta tutto sul carisma del leader pugliese, panacea di tutti i mali e della mancanza di contenuto politico.
Un Vendola che già prepara il colpo grosso per le prossime politiche in appuntamento tra tre anni, mirando alla carica di candidato unitario del nuovo "centrosinistra", coadiuvato anche dal benestare dei poteri "forti" vicini al Partito Democratico, come nel caso di De Benedetti (L'Espresso della settimana scorsa apriva con una copertina in cui s'intitolava "Non ci resta che Nichi..") e Scalfari che investono il governatore pugliese di questa carica.
Difficile pensare che l'asse Bersani-Latorre-D'Alema accetti tranquillamente lo "scavalcamento" senza colpo ferire.
A decidere saranno le primarie o un'investitura simile a quella del primo governo Prodi?
Quel che è certo, è che lo scenario politico per la siistra italiana tutta è ad un bivio.
Archiviato il progetto veltroniano di un partito democratico di stampo laburista, rintuzzati i rigurgiti socilademocratici d'alemiani, archiviato il comunismo e la sua eredità politica, frammentata in piccoli partiti, rimane a coprire le nudità di una sinistra italiana senza idee, pericolosamente in bilico tra populismo e pseudo-movimenti, soltanto il solito, vecchio leaderismo.
Le "Fabbriche di Nichi", i laboratori in cui il governatore Vendola, proverà a costruire un nuovo centrosinistra in grado di battere Berlusconi, sono già in movimento.
Basterà una dose di carisma e qualche poesia per battere il cavaliere e fermare la deriva clerico-fascista del nostro paese?
Un elettorato sempre più scorato e disilluso, probabilmente quella tanta parte astensionista e non votante sta alla finestra, in attesa di capire a cosa porteranno le "grandi manovre".
La sensazione, paurosa, è quella di vedere in Nichi Vendola sì, un degno avversario per la contesa del governo del paese al centrodestra, ma in un campo ormai delineato, che non vede più la critica allo stato di cose esistente come un bisogno reale e primario, ma accetta quest'ultimo, lo metabolizza e si piega ad esso.
Una politica fatta di slogan, di trovate pubblicitarie e campagne costose, tribune televisive, consenso populista.
Basterà giocare con "le regole dell'avversario" per risollevare le sorti della sinistra in Italia?
Il rischio è quello di non accorgersi che l'antagonismo nei confronti dell'avversario si sia in realtà trasformato nella nemesi (e nella compensazione) dell'avversario stesso...



Foto: di Loungerie

mercoledì 3 marzo 2010

La regressione dei diritti non si ferma. Ora tocca all'art. 18.

Le notizie che fanno scalpore in questi giorni sono altre, dalle fibrillazioni politiche delle liste Pdl, alla morsa che il governo stringe sull'informazione, bloccando i talk show, per arrivare alle solite e scontate notizie di cronaca nera.
Eppure, la notizia che realmente coinvolge la maggior parte delle persone nel nostro paese, direttamente o indirettamente, passa quasi in sordina.
Probabilmente anche grazie al solito "fumoso" modo di informare degli organi mediatici del nostro paese.
Sarebbe interessante chiedere, per strada, alle persone, cos'è, l'articolo 18, a cosa si riferisce esattamente.
L'articolo 18, per chi non lo sa (e dovrebbe saperlo) è il diciottesimo articolo  del cosiddetto "Statuto dei lavoratori" (ci si riferisce alla legge n. 300 del 20 maggio 1970 denominata così), in realtà una norma del cosiddetto Diritto del Lavoro, quella parte giuridica che si è occupata e si occupa di definire e tutelare le forme del lavoro nel nostro paese, garantendo i diritti di lavoratori e lavoratrici indipendentemente dall'ambito in cui essi svolgono le loro funzioni lavorative.
L'articolo 18 parla nello specifico delle tutele sindacali dei lavoratori nei confronti delle aziende durante e sopratutto alla fine del rapporto di lavoro, un articolo che mette un freno alla possibilità di licenziamento da parte dell'azienda nel caso non ci sia "giusta causa".
Non è errato definire questo stralcio dello statuto come uno dei punti fondamentali e una delle conquiste maggiori, raggiunte dal diritto lavorativo e dalle lotte sindacali in Italia da sempre.
Un articolo, che più di una volta è stato alla ribalta della cronaca, in una contesa pluriennale tra le forze sindacali, i governi e l'imprenditoria, a dimostrazione di come sia quest'ultimo, un punto nodale dello scontro tra aziende e sindacati.
Paradossale il fatto che proprio le forze del centrosinistra con l'ormai celeberrimo "pacchetto Treu", abbiano cominciato a minare i diritti del lavoro, sdoganando il precariato e il lavoro interinale, in una escalation di "smantellamenti" che sono arrivati anche a questo "caposaldo" della tutela lavorativa; per la  cui rimozione,  lo stesso Treu, oggi ha espresso parole piene di preoccupazione.
Una "rimozione" che è improprio definire così, dato che il disegno di legge preparato dal governo Berlusconi da oltre due anni, non elimina di fatto l'articolo, ma lo "aggira" introducendo un altra figura che si affianca al giudice (garante tra lavoratore e azienda in caso di contesa) ovvero un arbitrato che in caso di scelta del lavoratore riguardo questa "possibilità",  giudicherà in tal caso un'eventuale contesa.
Detta così sembra cosa complessa e magari potrebbe pure apparire come equa o ininfluente ai fini del risultato, mentre la realtà dei fatti è molto più semplice.
L'arbitrato, elemento alternativo a quello giuridico tradizionale, può essere scelto all'inizio dello stipulamento del contratto tra lavoratore e datore di lavoro, con l'inserimento di una clausola apposita.
In parole povere, alla firma del contratto questa clausola potrebbe essere una "discriminante" per il lavoratore, obbligato a scegliere la forma dell'arbitrato, per eventuale contesa, pena la mancata assunzione.
Con ciò si metterebbe in mano la sorte lavorativa del lavoratore ad un soggetto esterno, quasi sicuramente gradito al datore di lavoro che,  potrebbe scegliere di appoggiarsi ad un arbitrato o ad una camera arbitrale di suo gradimento, inserendola fin da subito come futuro garante in caso di contesa.
In pratica, con l'introduzione di questa norma, si darebbe un  potere maggiore all'imprenditoria che potrebbe risolvere i rapporti di lavoro senza aver bisogno di motivi apparenti, una norma che aumenterebbe ancora di più la portata devastante del precariato in un mondo lavorativo già pesantemente incerto.
La levata di scudi è stata molteplice, da parte dei sindacati, dai partiti "d'opposizione" e dai sindacati maggiori con varie dichiarazioni sui media nazionali.
Quello che preoccupa è il tono dimesso e sopratutto la mancanza di un'adeguata informazione a cascata sulle persone.
Sappiamo bene come, tatticamente, in questi anni non solo CISL e UIL, ma anche CGIL abbiano avuto un atteggiamento ambiguo a seconda dei colori dei governi su certi temi, arrivando addirittura a non sostenere i referendum abrogativi del 2003 che volevano abolire il numero minimo per usufruire dei benefici appunto dell'articolo 18, estendendo tale "dirittto" anche ai lavoratori di aziende sotto i 15 dipendenti (ormai la maggioranza in Italia), referendum promossi all'epoca da Rifondazione Comunista e boicottati dall'ex sinistra Ds oltre che da CISL UIL e sostenuti solo in extremis da CGIL.
Non stupisce quindi che si sia arrivati a questo punto, ormai critico, quasi senza colpo ferire.
In un momento in cui la crisi economica morde ancor più duramente, come al solito si tutela chi ha il "coltello dalla parte del manico" cercando di snellire la burocrazia del mercato del lavoro con la scusa di voler aiutare l'economia a ripartire.
Peccato che gli unici "fardelli" da cui liberarsi paiono ancora e soltanto i lavoratori, sempre più avviati, grazie a questa normativa, nel caso passasse, ad una vita da precari, indipendentemente dal tipo di contratto.
Di tutto questo, se ne accorgeranno gli italiani?
Ne dubito fortemente.

martedì 9 febbraio 2010

Di Pietro? Pochi passi avanti, mille indietro.

Et voilà!
La politica colpisce ancora.
Cade, mediaticamente,  anche la credibilità di uno dei pochi baluardi politici che compongono quella sorta di girone dantesco che, ahimè, è oggi il parlamento italiano.
L'autogol, di quelli clamorosi, che farebbe rabbrividire qualsiasi difensore, lo ha commesso nello scorso fine settimana, Antonio Di Pietro; campo da gioco, il congresso del proprio partito, l'Italia dei Valori.
Valori che adesso paiono sempre meno chiari rispetto invece alla logica, opportunistica, che il padre padrone del partito ha scelto, evidentemente di portare avanti.
A che pro, adesso è difficile dirlo, dato che il successo della lista politica dell'ex magistrato, deriva, derivava, da un'opposizione dura e intransigente non solo a Berlusconi, ma al "berlusconismo", quel modo di fare politica, paramafioso, interessato e fondato sulle alleanze politiche di convenienza.
Un sistema in questi anni, denunciato a gran voce dal populismo di "Tonino", che forte della sua esperienza di ex simbolo di Mani Pulite, si ergeva a unico e sempre più solo, paladino della Giustizia, con la "g" maiuscola.
Non solo un concetto in senso lato, ma anche un collegamento più o meno diretto tra il proprio partito e la magistratura italiana, giustamente difesa dagli attacchi delle truppe dei "berluscones".
Un intreccio così stretto da far si che nelle sue file trovasse posto addirittura l'ex sostituto procuratore del tribunale di Catanzaro, Luigi De Magistris, tanto famoso per le indagini su alcuni scandali della politica italiana, tra cui la celebre inchiesta denominata "Why not", in cui hanno figurato nomi eccellenti del panorama politico.
Tutto dissolto?
Pare di sì, un lavoro di credibilità durato anni, cancellato in un secondo dall'ovazione ricevuta dal pluri inquisito Francesco De Luca, il nuovo candidato del PD e del "centrosinistra" in Campania che intervenuto al convegno del partito veniva accolto e "discolpato, da un fragoroso battimani "imbeccato ad arte" dalla dirigenza di partito, come nel più scontato dei copioni.
Un nome, quello di De Luca che messo a confronto con l'uscente Bassolino, riesce nel difficile compito di dimostrarsi peggiore, non solo in simpatia.
L'attuale sindaco di Salerno infatti, ha una serie di imputazioni a suo carico che fanno impallidire appunto il povero Bassolino,  è stato infatti (leggo dal blog Voglioscendere di Travaglio, Gomez, Corrias) rinviato a giudizio due volte per truffa allo Stato, associazione a delinquere, concussione e falso, che per un capolavoro di magia d'alta scuola, è riuscito a convertire con una manovra apparentemente fatta per salvare dei lavoratori di un'azienda (in ottima salute tra l'altro) e permettere loro di usufruire della cassa integrazione, in una speculazione a tutto tondo con riconversione di terreni agricoli in terreni edificabili, fondi neri, favoreggiamento di persona (Grieco ndr, suo amico) e chi più ne ha più ne metta.
Per i particolari vi lascio al link del blog, poco sopra.
Come sia allora possibile che un "duro e puro" come Di Pietro abbia accettato di sostenere il "mefitico" De Luca, quando solo poche settimane fa definiva il suo nome inaccettabile -  "Ci auguriamo che questa scelta isolazionista venga rivista - dice il leader dell’Idv - e che il Pd faccia un gesto di responsabilità e disponibilità nei confronti della coalizione, ritirando questa proposta di candidatura" - per bocca sua?
Semplice, "è la politica bellezza", potremmo dire parafrasando il titolo di un libro celebre di Giorgio Bocca e una ancor più celebre battuta di Humprey Bogart.
Quella stessa politica che in Italia, mischia obbiettivi e potere, alleanze e fini politici, interessi pubblici con interessi privati.
Ecco che allora l'opposizione tanto invocata diviene un peso, "d'opposizione si muore!" vocia adesso il buon "Tonino", fino ad arrivare in un escalation incredibile a prospettare una fantascientifica "fusione" con il PD in un futuro remoto, quello stesso PD che fino a pochi mesi fa, veniva quotidianamente scavalcato "a sinistra" dall'IDV perchè ritenuto troppo moderato nei confronti dell'arcinemico, Berlusconi.
Una posizione, quella di un polo "a sinistra del PD", paventata proprio da De Magistris e la sua minoranza che guardavano con favore alla Federazione della Sinistra di Ferrero e co. e a Sinistra Ecologia e Libertà, in un asse "esterno" al Partito Democratico.
Un De Magistris addirittura "ripreso" da Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv alla Camera, per la propria immaturità politica - "da parte di un dirigente che aspira a ruoli di grande responsabilità politica ci si aspetterebbe l'impegno per il miglior risultato possibile enon una polemica" - discorso che la dice lunga sulla posizione all'interno del partito sempre più marginalizzata dell'ex procuratore.
Ma il "No B-Day"? Il popolo "viola"? L'opposizione intransigente ad una "certa politica", dove sono finiti?
Tutto archiviato, la "piazza" diviene adesso solo "sterile protesta".
Sedotto dal governismo del Partito Democratico, dalle teorie di Bersani (anch'esso indirettamente coinvolto, in quanto all'epoca ministro, nell'affaire De Luca/Grieco), Antonio Di Pietro smarrisce se stesso, spiazzando i suoi più quotati sostenitori, da Travaglio a Beppe Grillo che non possono fare a meno di criticarlo e chiedergli un precipitoso "ripensamento".
Anche la "sinistra" si spacca rendendo sempre più difficile la convergenza tra Federazione della Sinistra e Sinistra Ecologia e Libertà, agglomerato quest'ultimo, che ha subito dato l'assenso "all'operazione De Luca", in Campania, facendo vacillare il sostegno al governatore uscente Vendola, che pare sempre più uno "sticker" appiccicato per abbellire la cosmesi di un'immagine sbiadita del partito, sopra ai peggiori accordi in varie regioni con candidati impresentabili come nel caso di Penati o appunto in ultimo De Luca.
Vacilla la "sinistra", vacilla sopratutto e più gravemente, la base dell'Italia dei Valori, superficialmente coesa, ma sotto sotto sconcertata da una decisione che, in maniera del tutto autolesionista, potrebbe determinare per la prima volta un pericoloso arretramento del partito di Antonio Di Pietro.
Un partito che pare ormai uguale a tutti gli altri, svuotato dell'unica su peculiarità, il "giustizialismo", un partito in cui "i valori" sono solo un effigie su un simbolo, da declinare nel concreto della "sporca politica" a seconda della propria cruda convenienza.

martedì 26 gennaio 2010

Bocciato Boccia. Vittoria di Vendola e crisi PD in Puglia.


Vittoria netta dell'ex governatore Vendola, in Puglia alle primarie del centrosinistra, volute a "furor di popolo" dall'elettorato pugliese.
I dati, schiaccianti, 73 per cento contro un misero 27, non solo rafforzano il governatore uscente, ma mettono ancora di più in imbarazzo un partito, come quello Democratico che davvero non ne avrebbe bisogno.
La vittoria di Vendola non è solo frutto del carisma e delle scelte dell'amministrazione della regione, invero con qualche ombra,  ma anche di una "ribellione" dal basso di tanta parte dell'elettorato democratico che in risposta ai diktat di D'Alema e soci ha votato in massa, il migliore dei due candidati.
Sì, perchè Boccia, un cognome che pare una condanna, era già stato "bocciato" proprio da Vendola, cinque anni orsono, in un ribaltone che all'epoca suscitò davvero molto scalpore e altrettante illusioni per la "sinistra" extra PD.
Una "minestra riscaldata" insomma che non si capisce da quale strategia politica possa essere sortita fuori, così palesemente perdente.
L'imbarazzo nel PD è a livelli stratosferici, D'Alema, il "grande manovratore occulto", della maggioranza interna, "burattinaio" di Bersani, ha subìto una sconfitta notevole, in uno dei suoi feudi maggiori, Gallipoli e in una delle provincie fondamentali come Lecce.
Vendola vince, ma nonostante ciò che dicono i giornali, il sottoscritto è tutto fuorchè sorpreso.
Direi addirittura che la vittoria di "Nikita", era assai prevedibile, quasi scontata.
Dopo l'harakiri sul nome di Emiliano, forse l'unico candidato concreto in risposta al governatore attuale, la scelta di Boccia appariva come una palese forzatura che l'elettorato, già arrabbiato per mancanza di democrazia interna, con conseguenti polemiche riguardo il metodo elettivo delle primarie in un primo momento "stoppato" dai vertici PD; probabilmente non avrebbe digerito.
Infatti.
Boccia è stato spazzato via, non solo da Vendola, ma da un'incompetenza politica nel PD, tanto incredibile da apparire quasi sospetta.
Per tutta risposta l'UDC di Casini, emarginato dalla coalizione, ha candidato l'ex PDL, Adriana Poli Bortone, facendo presagire quindi una "corsa" in solitaria.
Il PDL avanza un candidato, Rocco Palese, delfino del potentato Fitto, che non pare abbia le carte in regola, ora che anche l'UDC corre da solo, per insidiare Vendola.
Un Vendola sostenuto anche dalla Federazione della Sinistra di Ferrero, Diliberto e Salvi, in un tentativo di coesione sui contenuti e in cerca di un appoggio nelle altre regioni, contro anche lo stesso PD, come in Lombardia, dove Penati ha già messo un veto "ai comunisti".
Quel che è sicuro, è che si preannuncia all'orizzonte una battaglia politicamente interessante, in cui Vendola dovrà dimostrarsi all'altezza, non tanto degli avversari, quanto del suo nemico peggiore, il proprio carisma, uno scudo non sufficiente di fronte alle battaglie di cui la regione Puglia ha bisogno, che in dote di tanta fiducia, non potranno in nessuna maniera essere disattese di fronte ad un elettorato così generoso.
In caso di riconferma quindi, si aprirebbe uno spazio politico unico, in cui il governatore, dovrebbe per forza dimostrare non solo di essere un abile politico dal punto di vista mediatico, ma anche un amministratore capace, innovativo, moderno.
Cosa che nell'ultimo quinquennio, è accaduta solo a metà visto anche lo scandalo sulla sanità pubblica pugliese, che ci ha consegnato comunque un Vendola, ingabbiato tra i soliti poteri forti di clientela dei partiti maggiori, veri protagonisti dietro le quinte.
Una missione, che con lo "sgonfiamento" del progetto Sinistra e Libertà, recentemente rinominato, ma non per questo ripartito, determinerà anche il destino di questo politico, tanto amato, quanto controverso.

giovedì 7 gennaio 2010

La Stagione dell'Amore, viene e va anche a Sinistra.


"La stagione dell'Amore viene e va, i desideri non invecchiano con l'età", cantava nel 1983 Franco Battiato nell'album "Orizzonti perduti".
A guardare quest'immagine, con il testo, che scorre cantato dall'artista  siciliano, all'ascolto, parebbe davvero che la canzone sia stata scritta per questo incredibile passaggio della politica italiana a sinistra.
Che sia davvero possibile riunire gli ex "fratelli coltelli" della sinistra minoritaria?
Aldilà di enfatiche immagini c'è di che essere cauti.
Molto dipenderà da fattori esterni alla Federazione dalla Sinistra e a Sinistra Ecologia e Libertà.
Come al solito i pesi decisivi che faranno muovere la bilancia, saranno altri, materializzandoli politicamente si chiamano Partito Democratico e UDC.
Tutto passa per la candidatura a Presidente della Regione Puglia, in cui, il PD, nelle ultime settimane ha dato prova di schizofrenia e pericolosa disunità, impantandosi in più di una posizione e tirando fuori dal cilindro più di un candidato dopo lo stop degli iscritti alla candidatura unica di Emiliano.
I quotidiani di questi giorni, ironizzano sul nome del candidato nuovo(?) Boccia che di fatto tanto nuovo non è, dato che fu all'epoca delle scorse regionali pugliesi, già candidato e sconfitto dal governatore uscente, Vendola, appunto.
Un nome tirato fuori dal cilindro di fatto solo per "bocciare", "Nikita", così ben visto anche da diversi elettori del PD in Puglia e pericoloso antagonista a due candidati un po' "debolucci", come Emiliano, già sindaco di Bari e appunto Boccia.
In tutto questo scenario, cala l'ombra di una corte serrata al partitino più in voga dell'arco parlamentare, l'UDC di Casini, strattonato da più parti sia dal PDL che dal PD.
Partito Democratico, che con l'occhio lunghissimo, mira a preparare l'imbarco di Casini in una eventuale alleanza per le prossime elezioni politiche, che se il governo Berlusconi reggerà, saranno nel 2013.
Una tattica per uscire da un'alleanza a braccetto dell'IDV, alleato "impossibile", vera spina nel fianco, di un partito come quello Democratico, in pericolosa discesa ma sopratutto perennemente in confronto con la linea "dura" dell'Italia dei Valori nei confronti dell'arcinemico Berlusconi.
Appare chiaro dunque, che nel caso in Puglia e in altre regioni venga imbarcato l'UDC, un'eventuale alleanza, sui contenuti, per le prossime regionali, diverrebbe impossibile con la Federazione della Sinistra e vedrebbe, nonostante quest'ultimo non sia contrario ad alleanze "allargate", estromesso Vendola che sappiamo bene, quanto sia restio a tirarsi indietro riguardo l'esercizio del potere.
Si prospetterebbe un clamoroso traghetto, quasi una "love boat" che potrebbe vedere, nel caso Vendola "mollasse" (o venisse mollato) il PD, sostenuto trasversalmente anche dalla Federazione della Sinistra di PRC-PDCI-Socialismo2000, in una "reunion" anti litteram" al congresso del 2008 di Rifondazione Comunista.
Sapete, ormai bene tutti, come il sottoscritto la pensi, sull'uomo "nuovo" della sinistra Nichi Vendola.
Lo ritengo il maggior (se non proprio l'unico) responsabile della deleteria scissione avvenuta nel PRC, così come è impossibile non vedere certe sue zone d'ombra di ambiguità politica o tanto meno dimenticare come, il nostro, abbia tentato di soffocare il PRC con "cammellamenti vari" e colpi di mano più o meno diretti prima di abbandonare la nave tra le polemiche, in favore di un nuovo soggetto-scorciatoia prima movimentista poi di fatto svelato per quello che era, solo un cartello elettorale.
Senza il leaderismo di Vendola forse, oggi avremmo una sinistra extra PD più forte, presente al parlamento europeo e in pesante divenire di fronte alla stasi programmatica del PD.
Partito Democratico, visto da Vendola, sempre come unico e solo interlocutore possibile, che poi, a conti fatti sa fare quello che da sempre lo "stalinismo" di certi vecchi dirigenti (sopratutto di origine pugliese) sanno fare meglio, ovvero i propri interessi.
Scaricato da D'Alema, che lo ha strumentalizzato in tutte le maniere possibili sin dai tempi del congresso di Rifondazione, nel tentativo, quasi riuscito di cancellare l'alternativa reale al PD, o anche di delegittimare Veltroni a capo del partito (tentativo riuscitissimo), il governatore pugliese si trova emarginato nella difficile situazione politica, di dover decidere come e dove stare.
Basteranno le primarie del PD ad aiutarlo in questa per niente difficile scelta?
Vendola in caso di sconfitta, minaccia come al solito di "fare le valigie", autosostenendosi in una candidatura in cui cercherebbe la sponda (possibilista) di Ferrero e della Fed. della Sinistra.
A che prezzo?
Un prezzo sicuramente alto, vista la dismissione del progetto Sinistra Ecologia e Libertà, mai partito veramente.
Riusciranno quindi i nostri eroi a fare il cosiddetto "passo indietro"?
Pare proprio di sì, "l'amaro calice" è già pronto, tra i mugugni degli elettori delle minoranze di entrambi gli schieramenti.
Personalmente, credo che in fondo, se Vendola, si svincolerà veramente senza ambiguità dal PD, l'unica strada possibile, sarà quella di un suo sostegno in Puglia, anche da parte della Federazione della Sinistra,  per non ripetere l'incredibile situazione delle europee in cui due nani si accapigliano per non soccombere, soccombendo invece entrambi, perchè schiacciati dallo sbarramento elettorale.
Mettendo per un attimo da parte rancori e travasi di bile passati.
A condizione però di una presa di coscienza del governatore uscente, rispetto al livello completo delle regionali prossime di marzo, in cui posizioni ambigue del suo partito non saranno più tollerate.
Ma sopratutto che gli "orizzonti perduti", tanto cari al documento congressuale firmato ai tempi di Rifondazione Comunista dallo stesso Vendola, come dice Battiato, "non si scordano mai"(sopratutto se servono a cancellare con poesia, un partito)  ma nemmeno "ritornano mai"...