Nella storia travagliata, del nostro paese, ci sono sempre stati momenti cruciali che come dei veri e propri guadi hanno imposto una decisa svolta all’andamento della politica istituzionale, ad una sua eventuale trasformazione, capace d’incidere poi anche nelle prospettive concrete della società italiana.
Nell’ambito del mondo del lavoro, soprattutto quello di stampo industriale e in particolare attraverso le lotte del movimento operaio, si sono spesso misurati i livelli, non solo dei diritti lavorativi, ma anche di democrazia, di autonomia individuale del lavoratore/persona, che grazie alle lotte avvenute sulla scia degli anni del cosiddetto “miracolo economico”, diveniva non più mero elemento di un ingranaggio produttivo di cui esso solo marginalmente faceva parte, ma al contrario soggetto attivo e propositivo, capace attraverso i gruppi sindacali e un’organizzazione movimentistica coesa, d’incidere nel mercato del lavoro e nei piani di sviluppo non solo delle grandi aziende private, ma anche degli stessi governi nazionali.
Furono proprio queste lotte sindacali, fondate sulla Costituzione Italiana e in particolare sull’art. 41 di quest’ultima (articolo non a caso in questi ultimi tempi sotto le mire del ministro Tremonti) a permettere ad una massa di persone, spesso prive di una cultura scolastica di medio livello, ma comunque edotte dai partiti della sinistra ai propri diritti individuali; di portare avanti battaglie impensabili per l’avanzamento delle classi “subalterne”, finalmente padrone della propria vita e non più semplici “moltitudini di proletari fanciulli”, sempre “in una situazione di eterna dipendenza” rispetto al loro lavoro.
L’Italia che lavorava, degli operai, degli impiegati; con le lotte dei primi anni ‘60, diventava dunque “maggiorenne”, prendeva cioè coscienza dei propri diritti individuali, al punto tale che questa autodeterminazione riuscì addirittura, negli anni successivi a travalicare i confini dell’ambito del lavoro e ad invadere quelli della società civile, con le battaglie vinte, sui temi dell’aborto e del divorzio.
Una trasformazione che non poteva che legarsi a doppio filo con la politica dei partiti, in particolare con quella del PCI che seppur non esente da errori, era riuscito in quegli anni se non a condizionare, almeno ad organizzare e a dare la giusta sponda a quelle lotte.
Lotte che ci hanno portato in dote lo Statuto dei Lavoratori, una forza sindacale confederativa tra le più forti e avanzate d’Europa, la possibilità concreta per milioni di persone di programmare e dare prospettiva alle proprie vite attraverso l’acquisto di beni primari quali la casa, la possibilità di condividere la scuola pubblica con le altre classi sociali, una scuola non più riservata alle classi dirigenti e quindi solo ad una stretta cerchia d’elitaria di persone, ma a tutti, seppur all’interno di un sistema gerarchico ancorato a vecchi programmi.
La crisi dei mercati e le politiche neo liberiste post muro di Berlino, hanno rapidamente messo in discussione quanto acquisito in termine di diritto lavorativo, di fronte all’unica forma di governo economico ormai possibile, quella capitalistica, conformizzando il pensiero economico e politico ad un unico assioma, non a caso, giustamente definito “pensiero unico”.
Un “pensiero unico”, velocemente introiettato anche dalle forze della “sinistra”, nel tentativo maldestro di prendere le distanze dalle vecchie ideologie comuniste, così pericolose perché stantie, per chi da sempre ha fatto negli ultimi 20 anni, sfoggio di “modernismo”, politico per stare “al passo dell’avversario”.
Peccato che all’interno di questa rimozione forzata, siano rimaste stritolate, masse di uomini e donne ovviamente disorientate di fronte a tali cambiamenti dei partiti politici di riferimento, che hanno avuto l’effetto di una cosmesi, un maquillage e nulla più, producendo nel nuovo solo arretramenti, dalla precarizzazione del lavoro (nel tristemente famoso, pacchetto Treu) al tentativo di mettere in connessione i vertici industriali con la base elettorale.
Ed ecco che nel Partito Democratico trovano spazio i Calearo e i Colaninno, così come ex operai della Thyssenkrup.
Un problema quindi, per il Partito Democratico tenere una posizione sola e netta di fronte ad una battaglia sindacale come quella di Pomigliano d’Arco; soprattutto se c’è di mezzo la Fiat, una posizione così incerta da mettere in imbarazzo non solo i vertici del PD, ma anche tanta parte della CGIL non legata alla Fiom, vicina appunto ai vertici del PD stesso.
Lasciare in questo momento la Fiom sola, insieme alle centinaia di persone che hanno votato no al referendum sull’accordo sindacale proposto da Marchionne, significa compiere l’ennesimo atto di vassallaggio ai poteri forti, silurando indirettamente anche una delle ultime “casematte” di diritto in Italia, quella dell’autonomia sindacale.
L’accordo infatti, tra le nebulose trame della sua scrittura, nasconde passaggi al limite di ogni democratica forma coercitiva, mettendo in discussione il diritto di sciopero, estendendo le ore di straordinario non pagate, impedendo eventuali riunioni sindacali, precarizzando ancor di più chi è già precario con misure e contratti diversi all’interno addirittura della stessa azienda.
L’intento è chiaro, è il “divide et impera” di romana memoria, un valico quello di Pomigliano, seguito con trepidante attesa dal Governo, da Confindustria e da tanta parte dell’impresa privata italiana.
Se come diceva l’avvocato Gianni Agnelli, “ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”, oggi siamo ad un passaggio storico.
Pomigliano rischia di essere per i diritti sindacali nel nostro paese la breccia in un muro di una roccaforte sempre più isolata, un passaggio che aperto, sarà impossibile bloccare rispetto ad un’orda di liberalizzazioni già in procinto d’arrivare.
Ci si aspetterebbe quindi che oltre ad una presa di posizione “vicina agli operai della Fiom” come si è affrettato a dire tatticamente Bersani, “ma comunque aperta al dialogo”, ci possa essere qualcosa di più netto, un discorso perentorio, un argine contro la valanga.
Figurarsi.
C’è chi fa pure di peggio e tra la redazione di un romanzo inutile e un libro di poesie penoso, ha pure il tempo di dire che “l’accordo è duro ma inevitabile” come dice il politico “per tutte le stagioni” Walter Veltroni in una recente intervista al Corriere della Sera.
Non abbiamo dubbi sul fatto che lui di “durezza” legata “al lavoro” sia un esperto, dato che dai tempi della FGCI in poi, probabilmente, non ha mai lavorato un giorno in vita sua.
A margine di questo empasse, c’è un solo problema nodale, che è quello della collocazione politica del Partito Democratico, che perde la propria identità (ammesso che mai l’abbia avuta) di partito d’opposizione, di minimo antagonismo, di minima rappresentanza delle classi lavoratrici, ed anche su una questione di facile comprensione politica come nel caso della battaglia della Fiom a Pomigliano, si mostra nella sua pesante incertezza perenne di partito senza identità ideologica.
La crisi dei mercati mondiali ci pone di fronte ad un interrogativo ormai non più rinviabile che attende risposta e cioè come ripartire rispetto ad una crisi che non è soltanto una crisi di sovrapproduzione, ma una crisi generale e profonda di un sistema in cui il profitto è l’unico obbiettivo, un sistema pesantemente diseguale, che fagocita nella ricerca del maggior guadagno, individui, nazioni e popoli, risorse ambientali, un sistema capitalista rinnovato nelle proprie strategie di mercato, ma identico negli obbiettivi di gestione del potere alle vecchie oligarchie di metà ‘800.
Non è con l’accettazione della “teoria del male minore”, (a che pro continuare a lavorare senza nessun diritto, solo per sopravvivere? Come richiesto agli operai di Pomigliano?) con l’introiettamento delle logiche di mercato che si può risolvere e fermare la spirale della crisi economica.
Si sente quindi ancor un maggior bisogno di una forza autonoma, anticapitalista, a sinistra, che riunisca quella larga parte di persone che non vota più per disaffezione o che non si riconosce più nel progetto moderato del PD, ormai orientato ad un tipo si politica di stampo anglosassone, con minime differenze tra le politiche dei poli, dal punto di vista economico, quasi impercettibili.
Pomigliano in questo percorso è una tappa cruciale, l’appoggio alla lotta dei lavoratori e alla Fiom è indispensabile nell’ottica più generale dei diritti del lavoro, in Italia.
Rinunciare ad una presa di posizione netta, come fa il PD, rischia di essere altrimenti un errore, per la sinistra italiana tutta, esiziale ed irreversibile.
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lunedì 12 luglio 2010
Se il PD si dimentica Pomigliano.
lunedì 26 aprile 2010
Il Salto nel Buio. Appello per la difesa della Costituzione.
Ricevo e pubblico con piacere quest'appello, scritto da un amico, rivolto a tutte le forze democratiche della sinistra e dell'opposizione al governo Berlusconi e pubblicato ieri, 25 aprile 2010 sui quotidiani Liberazione e il Manifesto.
Con la speranza che possa trovare la più ampia collaborazione e diffusione.
“Il salto nel buio”
APPELLO PER LA SALVEZZA DELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA E DELLO STATO DEMOCRATICO NATI DALL’ANTIFASCISMO E DALLA LOTTA DI LIBERAZIONE
E CHIAMATA A TUTTI I CITTADINI, ALLE FORZE POLITICHE E SOCIALI, DEMOCRATICHE E DELLA SINISTRA, AD UN RINNOVATO PATTO PER LA SUA DIFESA E ATTUAZIONE
E CHIAMATA A TUTTI I CITTADINI, ALLE FORZE POLITICHE E SOCIALI, DEMOCRATICHE E DELLA SINISTRA, AD UN RINNOVATO PATTO PER LA SUA DIFESA E ATTUAZIONE
Stiamo per entrare dentro l’ennesima, torbida, fase di attacco alla Costituzione democratica e antifascista. Ma, a differenza delle precedenti fasi, in particolare dell’ultima, a cavallo tra il 2004 e il 2006 (qualcuno ricorderà i famosi “saggi di Lorenzago” dove i “nuovi “padri Costituenti” della destra progettarono il cambiamento della Costituzione), l’attuale ha al suo interno molti maggiori elementi di pericolosità.
In primo luogo per la dispersione, da oltre 2 anni, di quell’ampio schieramento democratico e progressista che si era aggiudicato tutte le consultazioni elettorali, amministrative e politiche, succedutesi nell’arco temporale 2002-2006 (sebbene d’un soffio le politiche del 2006) e, soprattutto aveva vinto, nettamente, il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006.
E lì parve che la sconfitta della destra fosse avvenuta anche nella società, uscita provata e ulteriormente impoverita dall’illusionismo berlusconiano, ma ahimé, i fatti immediatamente successivi s’incaricarono di dimostrare che così non era. E in effetti, al contrario di quanto molti di noi pensavano o auspicavano che venisse posto in essere da parte dello schieramento progressista, cioè la valorizzazione e il consolidamento, politico e culturale, dell’eccezionale risultato referendario, e quindi la riaffermazione della Costituzione, venne imboccata, subito e scelleratamente tutt’altra strada: il rilancio nel campo della destra del tema delle “riforme” costituzionali”!
Così facendo si dimostrava chiaramente – qualora non ci se ne fosse ancora adeguatamente convinti nel corso del tormentato quindicennio 1994-2008 – che gran parte delle nostre “classi dirigenti”, di fatto, avevano oramai assunto, nel profondo, assieme alle “coordinate” economico-sociali proprie della destra (il liberismo economico, l’assunzione, irriflessa e irrazionale, del tema del razzismo e conseguenti politiche securitarie…), anche la relativa e connessa “ideologia istituzionale” (accentuazione del momento decisorio di vertice – presidenzialismo nelle sue varie versioni, ridimensionamento della funzione delle assemblee elettive, centrali ma anche locali, dai propri compiti legislativo e di controllo, trasformazione radicale di quelle particolari associazioni di cittadini - i partiti politici, così come previsti dalla Costituzione all’art.49, che per tutta una lunga fase repubblicana avevano svolto un’importante funzione pedagogica per larghi strati della popolazione, quella “scuola gratuita di massa” secondo l’efficace definizione di Lelio Basso; il “ridimensionamento” dell’autonomia della magistratura..), dandone, tra l’altro, concreta prova nell’agire politico dell’ultimo quindicennio (modifica del Titolo V della Costituzione con i voti del solo centro-sinistra, aumento della precarietà del lavoro e connessa riduzione delle tutele, leggi elettorali restrittive della democrazia..).
Tutto ciò era avvenuto ben prima del tracollo elettorale del 2008, nel cui ciclo di emarginazione politica e sociale siamo tuttora immersi.
E ADESSO?
Il continuo degradarsi dello spirito pubblico e la connessa criminalizzazione del dissenso e della stessa agibilità democratica sono giunti a livelli quasi autoritari, sol che si pensi ai continui e quotidiani attacchi, rivolti da anni, dal capo del governo e dai suoi collaboratori, agli organi di informazione non ancora loro asserviti, e a tutti gli organi di garanzia e di autogoverno democratico e costituzionale.
Il Parlamento, di fatto ridotto ad organo di mera ratifica della volontà del capo e della sua coalizione di “bravi”; la Magistratura, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura e il Presidente della Repubblica, continuamente sottoposti ad una pressione tipica di una “repubblica sudamericana anni ‘70”.
Ma è particolarmente nei confronti del Capo dello Stato, organo mediatamente politico e di garanzia costituzionale, che si sono realizzate, di fatto, le principali deformazioni, dal momento che la sua funzione costituzionale è stata subdolamente fatta apparire, e ovviamente “gradita”, non più come il garante supremo della Costituzione, la “viva vox constitutionis”, secondo la celebre formula di Calamandrei, bensì in quella, assai ridimensionata e volutamente ininfluente di notaio-certificatore, contro la Costituzione.
Il consolidamento della destra nelle sedi politiche ed istituzionali, nella società e nello stesso senso comune, rendono a nostro avviso concreto il realizzarsi, in questa legislatura, di quel cambiamento costituzionale in chiave autoritaria – cesarista, a cui mira, incessantemente da circa un trentennio (quantomeno a partire dal programma di rinascita democratica di Licio Gelli) la parte peggiore del paese.
Per questo riteniamo di trovarci dinanzi all’ATTACCO FINALE e potenzialmente demolitore della nostra Carta Fondamentale, e insieme ad essa della repubblica democratica e antifascista così come concepite e volute dall’Antifascismo e dalla Resistenza liberatrice.
Senza timore di esagerazione, qualora ciò si avverasse vedremmo ulteriormente ridursi ed in maniera significativa il già degradato spazio politico e pubblico per le forze dell’alternativa, oltre che le sfere di libertà di ciascun soggetto, singolo e associato.
Siamo cioè consapevoli di trovarci dinanzi al serissimo e incombente scenario proprio di un cambiamento radicale di regime, connotato dal presidenzialismo del capo popolo e da un’autocrazia elettiva (maggioritaria) ad esso subalterna e connessa, al solo fine di cristallizzare, costituzionalmente, la sciagurata accoppiata data dalla deriva plebiscitaria-autoritaria del capo con il razzismo, ormai dilagante, della destra reazionaria e del leghismo.
Per questi motivi intendiamo invitare tutti i cittadini, singolarmente e nelle forme associative loro proprie, le forze politiche della sinistra e democratiche, le forze sociali e sindacali, ad incontrarsi nelle ricorrenze, del 25 Aprile, del 1 Maggio e del 2 Giugno, a Roma e in tutte le città italiane, rivolgendo loro un accorato e solenne invito ad UNIRSI per realizzare un PATTO per LA SALVEZZA della COSTITUZIONE repubblicana e dello STATO democratico nati dalla Resistenza. Un ultimo, e ci auguriamo non tardivo, sussulto democratico al fine di scongiurare l’inevitabile baratro.
Pur consapevoli delle diversità politiche e culturali che esistono tra noi, riteniamo certamente prevalente la necessità di porre in essere, tutti insieme e da subito, ogni sforzo per la difesa attiva e intransigente della Costituzione e della democrazia del nostro paese.
Il senso della storia e dei suoi processi, e la relativa interpretazione dei fatti storici, così come tramandatici dai nostri Maggiori, sono ben vivi in tutti noi.
Per questo auspichiamo che questa consapevolezza storica possa nuovamente radicarsi nella coscienza civile del paese e, conseguentemente, nella riflessione politica e culturale in luogo della malapianta di una certa politologia e di un certo ingegnerismo istituzionale che, nella migliore delle ipotesi appaiono scevri del benché minimo connotato valoriale democratico - sociale, quando addirittura non assumono il ruolo di vero e proprio strumento ideologico al servizio dei potentati economici e dunque del liberismo contro la Costituzione e la democrazia sociale da essa prevista.
Riteniamo dunque strumentale e frutto di una logora “politica dello scambio”,uscita sconfitta dal referendum popolare del 2006, l’ennesima riproposizione del tema delle c.d. “riforme” costituzionali. Sappiamo che sono ben altre le urgenze del paese!
Consideriamo perciò irricevibile la proposta dell’attuale maggioranza, perché finalizzata unicamente al recepimento in Costituzione dei postulati politici e culturali del berlusconismo e del leghismo.
Qualsiasi “revisione” costituzionale nel contesto dato, considerando i rapporti di forza in campo e la squilibratissima possibilità di comunicazione, equivarrebbe ad un vero e proprio salto nel buio per la democrazia e la libertà, ed un’ulteriore perdita secca, in termini di diritti di libertà e diritti sociali, per i lavoratori e per i cittadini, già duramente colpiti da una Crisi, il cui acme non è stato ancora raggiunto.
Con questa nostra Chiamata vogliamo, invece, recuperare quello slancio e quella linearità d’azione che hanno caratterizzato la battaglia referendaria per la salvaguardia della Costituzione del 2005-2006, in cui, la giustezza e la nettezza della Lotta per la Costituzione furono compresi dalla maggioranza dei cittadini italiani, e dove le forze di sinistra seppero uscire, dopo molti anni, dalla marginalità per tornare a parlare, da protagoniste, al paese!
E’ questo ciò che ci prefiggiamo. Sono terminati i tempi degli slogan, delle mezze parole dal sapore incomprensibile e tecnocratico, del politichese più o meno corretto.
Intendiamo tornare tra la nostra gente, tra i lavoratori per proporre, nell’immediato, un Patto per la salvezza della Costituzione fondata sul lavoro, che costituisca il primo passo da cui proiettarsi in direzione della effettiva e duratura riconquista democratica e costituzionale del paese, per l’attuazione del programma democratico – sociale della Carta, che significa non soltanto Governo ma qualità dell’azione politica sui temi fondamentali per il paese e i suoi cittadini (politiche redistributive e di pace, piena e buona occupazione, scuola e sanità pubbliche, beni e servizi pubblici e sociali, casa ecc..).
Siamo ben consci che il nostro Appello e la nostra Chiamata avvengono dopo che molte, troppe occasioni, funzionali al ristabilimento di una normale dialettica democratica, sono state sprecate.
Ne sono seguiti errori, gravi sottovalutazioni della pericolosità dell’avversario, si é manifestata all’interno del ceto politico e conseguentemente nella società una vera e propria subalternità culturale rispetto ai temi delle destre, vecchie e nuove, e lo specchio di ciò è rappresentato dal recepimento di un sistema elettorale antidemocratico, funzionale e omologante al mainstream capitalistico internazionale, formalmente bipartitico ma sostanzialemente monopartitico (il monopartitismo disgiunto), che costituisce una della cause principali del riduzionismo democratico in atto. Ed in più piccoli e insensati egoismi di partito. Soltanto se sapremo superare tali errori di prospettiva e di prassi politica, potremo risollevarci.
Siamo però persuasi che ciascun cittadino, ciascun lavoratore italiano, ogni soggetto collettivo destinatario del nostro Appello e della nostra Chiamata, nessuno escluso, sia in buona parte consapevole della drammaticità del momento che stiamo vivendo, e della grandissima responsabilità che questo implica per il futuro della nostra democrazia e della nostra libertà.
Il Parlamento, di fatto ridotto ad organo di mera ratifica della volontà del capo e della sua coalizione di “bravi”; la Magistratura, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura e il Presidente della Repubblica, continuamente sottoposti ad una pressione tipica di una “repubblica sudamericana anni ‘70”.
Ma è particolarmente nei confronti del Capo dello Stato, organo mediatamente politico e di garanzia costituzionale, che si sono realizzate, di fatto, le principali deformazioni, dal momento che la sua funzione costituzionale è stata subdolamente fatta apparire, e ovviamente “gradita”, non più come il garante supremo della Costituzione, la “viva vox constitutionis”, secondo la celebre formula di Calamandrei, bensì in quella, assai ridimensionata e volutamente ininfluente di notaio-certificatore, contro la Costituzione.
Il consolidamento della destra nelle sedi politiche ed istituzionali, nella società e nello stesso senso comune, rendono a nostro avviso concreto il realizzarsi, in questa legislatura, di quel cambiamento costituzionale in chiave autoritaria – cesarista, a cui mira, incessantemente da circa un trentennio (quantomeno a partire dal programma di rinascita democratica di Licio Gelli) la parte peggiore del paese.
Per questo riteniamo di trovarci dinanzi all’ATTACCO FINALE e potenzialmente demolitore della nostra Carta Fondamentale, e insieme ad essa della repubblica democratica e antifascista così come concepite e volute dall’Antifascismo e dalla Resistenza liberatrice.
Senza timore di esagerazione, qualora ciò si avverasse vedremmo ulteriormente ridursi ed in maniera significativa il già degradato spazio politico e pubblico per le forze dell’alternativa, oltre che le sfere di libertà di ciascun soggetto, singolo e associato.
Siamo cioè consapevoli di trovarci dinanzi al serissimo e incombente scenario proprio di un cambiamento radicale di regime, connotato dal presidenzialismo del capo popolo e da un’autocrazia elettiva (maggioritaria) ad esso subalterna e connessa, al solo fine di cristallizzare, costituzionalmente, la sciagurata accoppiata data dalla deriva plebiscitaria-autoritaria del capo con il razzismo, ormai dilagante, della destra reazionaria e del leghismo.
Per questi motivi intendiamo invitare tutti i cittadini, singolarmente e nelle forme associative loro proprie, le forze politiche della sinistra e democratiche, le forze sociali e sindacali, ad incontrarsi nelle ricorrenze, del 25 Aprile, del 1 Maggio e del 2 Giugno, a Roma e in tutte le città italiane, rivolgendo loro un accorato e solenne invito ad UNIRSI per realizzare un PATTO per LA SALVEZZA della COSTITUZIONE repubblicana e dello STATO democratico nati dalla Resistenza. Un ultimo, e ci auguriamo non tardivo, sussulto democratico al fine di scongiurare l’inevitabile baratro.
Pur consapevoli delle diversità politiche e culturali che esistono tra noi, riteniamo certamente prevalente la necessità di porre in essere, tutti insieme e da subito, ogni sforzo per la difesa attiva e intransigente della Costituzione e della democrazia del nostro paese.
Il senso della storia e dei suoi processi, e la relativa interpretazione dei fatti storici, così come tramandatici dai nostri Maggiori, sono ben vivi in tutti noi.
Per questo auspichiamo che questa consapevolezza storica possa nuovamente radicarsi nella coscienza civile del paese e, conseguentemente, nella riflessione politica e culturale in luogo della malapianta di una certa politologia e di un certo ingegnerismo istituzionale che, nella migliore delle ipotesi appaiono scevri del benché minimo connotato valoriale democratico - sociale, quando addirittura non assumono il ruolo di vero e proprio strumento ideologico al servizio dei potentati economici e dunque del liberismo contro la Costituzione e la democrazia sociale da essa prevista.
Riteniamo dunque strumentale e frutto di una logora “politica dello scambio”,uscita sconfitta dal referendum popolare del 2006, l’ennesima riproposizione del tema delle c.d. “riforme” costituzionali. Sappiamo che sono ben altre le urgenze del paese!
Consideriamo perciò irricevibile la proposta dell’attuale maggioranza, perché finalizzata unicamente al recepimento in Costituzione dei postulati politici e culturali del berlusconismo e del leghismo.
Qualsiasi “revisione” costituzionale nel contesto dato, considerando i rapporti di forza in campo e la squilibratissima possibilità di comunicazione, equivarrebbe ad un vero e proprio salto nel buio per la democrazia e la libertà, ed un’ulteriore perdita secca, in termini di diritti di libertà e diritti sociali, per i lavoratori e per i cittadini, già duramente colpiti da una Crisi, il cui acme non è stato ancora raggiunto.
Con questa nostra Chiamata vogliamo, invece, recuperare quello slancio e quella linearità d’azione che hanno caratterizzato la battaglia referendaria per la salvaguardia della Costituzione del 2005-2006, in cui, la giustezza e la nettezza della Lotta per la Costituzione furono compresi dalla maggioranza dei cittadini italiani, e dove le forze di sinistra seppero uscire, dopo molti anni, dalla marginalità per tornare a parlare, da protagoniste, al paese!
E’ questo ciò che ci prefiggiamo. Sono terminati i tempi degli slogan, delle mezze parole dal sapore incomprensibile e tecnocratico, del politichese più o meno corretto.
Intendiamo tornare tra la nostra gente, tra i lavoratori per proporre, nell’immediato, un Patto per la salvezza della Costituzione fondata sul lavoro, che costituisca il primo passo da cui proiettarsi in direzione della effettiva e duratura riconquista democratica e costituzionale del paese, per l’attuazione del programma democratico – sociale della Carta, che significa non soltanto Governo ma qualità dell’azione politica sui temi fondamentali per il paese e i suoi cittadini (politiche redistributive e di pace, piena e buona occupazione, scuola e sanità pubbliche, beni e servizi pubblici e sociali, casa ecc..).
Siamo ben consci che il nostro Appello e la nostra Chiamata avvengono dopo che molte, troppe occasioni, funzionali al ristabilimento di una normale dialettica democratica, sono state sprecate.
Ne sono seguiti errori, gravi sottovalutazioni della pericolosità dell’avversario, si é manifestata all’interno del ceto politico e conseguentemente nella società una vera e propria subalternità culturale rispetto ai temi delle destre, vecchie e nuove, e lo specchio di ciò è rappresentato dal recepimento di un sistema elettorale antidemocratico, funzionale e omologante al mainstream capitalistico internazionale, formalmente bipartitico ma sostanzialemente monopartitico (il monopartitismo disgiunto), che costituisce una della cause principali del riduzionismo democratico in atto. Ed in più piccoli e insensati egoismi di partito. Soltanto se sapremo superare tali errori di prospettiva e di prassi politica, potremo risollevarci.
Siamo però persuasi che ciascun cittadino, ciascun lavoratore italiano, ogni soggetto collettivo destinatario del nostro Appello e della nostra Chiamata, nessuno escluso, sia in buona parte consapevole della drammaticità del momento che stiamo vivendo, e della grandissima responsabilità che questo implica per il futuro della nostra democrazia e della nostra libertà.
Se non ora quando? La resistenza (costituzionale) continua.
Primi firmatari: Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Michelangelo Bovero, Emiliano Brancaccio, Maurizio Brotini, Alberto Burgio, Lorenza Carlassarre, Massimo Ceciarini, Antonello Ciervo, Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Elisabetta Grande, Alfiero Grandi, Claudio Grassi, Donata Gottardi, Carlo Lucchesi, Maria Rosaria Marella, Giovanni Marini, Gerardo Marotta, Ugo Mattei, Corrado Mauceri,Giorgio Mele, Siliano Mollitti, Diego Novelli, Andrea Panaccione, Roberto Passini, Marcello Rossi, Cesare Salvi, Paolo Solimeno, Alessandro Somma, Massimo Torelli, Gianni Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci, Zaccheo Nencioni
Primi firmatari: Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Michelangelo Bovero, Emiliano Brancaccio, Maurizio Brotini, Alberto Burgio, Lorenza Carlassarre, Massimo Ceciarini, Antonello Ciervo, Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Elisabetta Grande, Alfiero Grandi, Claudio Grassi, Donata Gottardi, Carlo Lucchesi, Maria Rosaria Marella, Giovanni Marini, Gerardo Marotta, Ugo Mattei, Corrado Mauceri,Giorgio Mele, Siliano Mollitti, Diego Novelli, Andrea Panaccione, Roberto Passini, Marcello Rossi, Cesare Salvi, Paolo Solimeno, Alessandro Somma, Massimo Torelli, Gianni Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci, Zaccheo Nencioni
sabato 20 marzo 2010
Come lo chiamereste?
Leggo dalle prime pagine dei quotidiani odierni le solite sparate sensazionaliste che, in campagna elettorale il centrodestra fa, sopratutto nel nord Italia.
Ed ecco allora le illuminanti proposte del sindaco di Milano, Letizia Moratti, sotto forma di due ordinanze che farebbero la felicità anche dei suoi alleati bianco-verdi della Lega, in cui si da mandato alle forze dell'ordine e di controllo delle istituzioni; di estendere una sorta di "coprifuoco" (chiusura degli esercizi commerciali entro le 24.00) nelle zone a "maggior numero d'immigrati" della città (già in vigore in via Padova ndr).
Così come di dare "libertà d'intervento" alle forze di polizia che fino al 30 marzo (a quel punto le elezioni saranno finite...) potranno entrare senza mandato nelle case, negli appartamenti, "sospetti", ove ci sia motivo di credere ad un "sovraffollamento di persone", "comportamenti ambigui", "precarie situazioni sanitarie", legate all'immigrazione clandestina.
Così come viene intimato ai proprietari di tali immobili di fare "denuncia" tramite una autocertificazione del contenuto umano di questi, pena una multa di 450 euro.
Intanto spunta sul web oltre che sulle testate giornalistiche (sempre in ritardo ad onor del vero..) un simpatico "avviso" cartaceo che è apparso in un condominio milanese nei giorni scorsi, in cui si "avvertivano" i condomini dicendo che (cito testualmente) - "Sabato scorso verso le ore 13,30/14 una persona di colore nero usciva dalla cantina scala A e chiudendo la porta della stessa ha preso la via d'uscita dal portone centrale." - e "siccome nessuna persona di colore nero vive nello stabile, si pregano i condomini di segnalare se conoscono o ospitano una persona di colore nero, per tranqullizzare noi tutti".
Intanto nella "rossa" Toscana, a Sansepolcro la Lega, fa la sua campagna elettorale per le regionali così, "regalando" del sapone liquido con l'immagine di Alberto da Giussano (il simbolo della Lega partito condottiero medioevale della Lega Lombarda ndr), utile per "pulirsi dopo aver toccato un immigrato".
A Roma invece altre notizie sconvolgono la quiete (?) della Capitale, senza avere la ribalta delle cronache, ma mi arrivano direttamente via e-mail grazie alla diligenza di alcuni compagni.
Notizie che parlano di aggressioni di stampo neofascista successe negli ultimi giorni presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Tor Vergata, dove per due volte squadracce neofasciste, di gruppi del Blocco Studentesco e di Casa Pound, hanno pensato bene di "purgare e punire" alcuni studenti che nei giorni precedenti volantinavano un testo in cui si "smascheravano" proprio questi gruppi rispetto ad una loro prima iniziativa pubblica "coperta" dal nome di una fantomatica Onlus "Comunità solidarista Popoli", a loro collegata.
Bilancio degli eventi 7 feriti, più contusi vari, braccia fratturate, nasi rotti e colpi alla testa.
100 contro 20, in barba e davanti agli occhi del Rettore Renato Lauro, della sorvaglianza e della DIGOS.
Molti del gruppo dei neofascisti, sembrano personaggi conosciuti alla polizia e agli ambienti politici della Capitale, un gruppo di "esterni" sopra la quarantina d'anni "abituati" a questo tipo di "ripulitura", con manganelli telescopici, cinghie, fibbie etc.
Qui il comunicato su Indymedia Roma (non fatevi spaventare dalle auotizzazioni scadute del sito e andate avanti) in cui potete approfondire http://roma.indymedia.org/node/18136 .
A corredo di questo, la notizia, del seppellimento frettoloso di Stefano Cucchi (il ragazzo romano, morto dopo un pestaggio della polizia qualche mese fa ndr) che risale a circa dieci giorni fa, alla totale insaputa dei familiari che solo per caso, hanno scoperto l'accaduto.
Una persona che la famiglia non solo non ha potuto vedere vivo dopo l'incarceramento ma che non ha potuto salutare nemmeno nell'ultima, definitiva e dolorosa occasione.
Un omicidio dello Stato e delle sue forze del DisOrdine.
Intanto oggi, ancora a Roma è prevista la manifestazione del PDL, in cui un carico Silvio Berlusconi, arringherà la folla dei suoi fedelissimi (chissà se come sempre gli urleranno, un gruppetto di nostalgici, Duce, Duce!).
Un Berlusconi che parla come al solito di "clima d'odio" per colpa delle "sinistre", un capo del Governo che vuole "eliminare una volta per tutte i comunisti" e che si prepara a esaltare il proprio buon governo.
Intanto dalla diretta via web della manifestazione (tramite sito di Repubblica, a cui va tutta la paternità delle notizie e dei diritti) arrivano notizie inquietanti come:
Giovani si scambiano il saluto romano
Tra i manifestanti al Circo Massimo ci sono diversi giovani che si salutano con il saluto romano, vale a dire con l'avambraccio destro alzato.A minuti è atteso il discorso di Berlusconi, un Berlusconi che si scaglierà ancora contro i giudici, le alte cariche dello Stato (solo quelle a lui ostili), l'informazione di "sinistra", quell'informazione che lui, in barba ad ogni legge, ha cancellato dal servizio pubblico, lasciando ai TG dei paggi e delle televisioni private (le sue) il compito d'incensare la sua persona senza per questo fare informazione causa la "par condicio" in tempi di elezioni regionali.
Se tutto questo non si chiama Fascismo, voi come lo chiamereste?
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mercoledì 3 marzo 2010
La regressione dei diritti non si ferma. Ora tocca all'art. 18.
Le notizie che fanno scalpore in questi giorni sono altre, dalle fibrillazioni politiche delle liste Pdl, alla morsa che il governo stringe sull'informazione, bloccando i talk show, per arrivare alle solite e scontate notizie di cronaca nera.
Eppure, la notizia che realmente coinvolge la maggior parte delle persone nel nostro paese, direttamente o indirettamente, passa quasi in sordina.
Probabilmente anche grazie al solito "fumoso" modo di informare degli organi mediatici del nostro paese.
Sarebbe interessante chiedere, per strada, alle persone, cos'è, l'articolo 18, a cosa si riferisce esattamente.
L'articolo 18, per chi non lo sa (e dovrebbe saperlo) è il diciottesimo articolo del cosiddetto "Statuto dei lavoratori" (ci si riferisce alla legge n. 300 del 20 maggio 1970 denominata così), in realtà una norma del cosiddetto Diritto del Lavoro, quella parte giuridica che si è occupata e si occupa di definire e tutelare le forme del lavoro nel nostro paese, garantendo i diritti di lavoratori e lavoratrici indipendentemente dall'ambito in cui essi svolgono le loro funzioni lavorative.
L'articolo 18 parla nello specifico delle tutele sindacali dei lavoratori nei confronti delle aziende durante e sopratutto alla fine del rapporto di lavoro, un articolo che mette un freno alla possibilità di licenziamento da parte dell'azienda nel caso non ci sia "giusta causa".
Non è errato definire questo stralcio dello statuto come uno dei punti fondamentali e una delle conquiste maggiori, raggiunte dal diritto lavorativo e dalle lotte sindacali in Italia da sempre.
Un articolo, che più di una volta è stato alla ribalta della cronaca, in una contesa pluriennale tra le forze sindacali, i governi e l'imprenditoria, a dimostrazione di come sia quest'ultimo, un punto nodale dello scontro tra aziende e sindacati.
Paradossale il fatto che proprio le forze del centrosinistra con l'ormai celeberrimo "pacchetto Treu", abbiano cominciato a minare i diritti del lavoro, sdoganando il precariato e il lavoro interinale, in una escalation di "smantellamenti" che sono arrivati anche a questo "caposaldo" della tutela lavorativa; per la cui rimozione, lo stesso Treu, oggi ha espresso parole piene di preoccupazione.
Una "rimozione" che è improprio definire così, dato che il disegno di legge preparato dal governo Berlusconi da oltre due anni, non elimina di fatto l'articolo, ma lo "aggira" introducendo un altra figura che si affianca al giudice (garante tra lavoratore e azienda in caso di contesa) ovvero un arbitrato che in caso di scelta del lavoratore riguardo questa "possibilità", giudicherà in tal caso un'eventuale contesa.
Detta così sembra cosa complessa e magari potrebbe pure apparire come equa o ininfluente ai fini del risultato, mentre la realtà dei fatti è molto più semplice.
L'arbitrato, elemento alternativo a quello giuridico tradizionale, può essere scelto all'inizio dello stipulamento del contratto tra lavoratore e datore di lavoro, con l'inserimento di una clausola apposita.
In parole povere, alla firma del contratto questa clausola potrebbe essere una "discriminante" per il lavoratore, obbligato a scegliere la forma dell'arbitrato, per eventuale contesa, pena la mancata assunzione.
Con ciò si metterebbe in mano la sorte lavorativa del lavoratore ad un soggetto esterno, quasi sicuramente gradito al datore di lavoro che, potrebbe scegliere di appoggiarsi ad un arbitrato o ad una camera arbitrale di suo gradimento, inserendola fin da subito come futuro garante in caso di contesa.
In pratica, con l'introduzione di questa norma, si darebbe un potere maggiore all'imprenditoria che potrebbe risolvere i rapporti di lavoro senza aver bisogno di motivi apparenti, una norma che aumenterebbe ancora di più la portata devastante del precariato in un mondo lavorativo già pesantemente incerto.
La levata di scudi è stata molteplice, da parte dei sindacati, dai partiti "d'opposizione" e dai sindacati maggiori con varie dichiarazioni sui media nazionali.
Quello che preoccupa è il tono dimesso e sopratutto la mancanza di un'adeguata informazione a cascata sulle persone.
Sappiamo bene come, tatticamente, in questi anni non solo CISL e UIL, ma anche CGIL abbiano avuto un atteggiamento ambiguo a seconda dei colori dei governi su certi temi, arrivando addirittura a non sostenere i referendum abrogativi del 2003 che volevano abolire il numero minimo per usufruire dei benefici appunto dell'articolo 18, estendendo tale "dirittto" anche ai lavoratori di aziende sotto i 15 dipendenti (ormai la maggioranza in Italia), referendum promossi all'epoca da Rifondazione Comunista e boicottati dall'ex sinistra Ds oltre che da CISL UIL e sostenuti solo in extremis da CGIL.
Non stupisce quindi che si sia arrivati a questo punto, ormai critico, quasi senza colpo ferire.
In un momento in cui la crisi economica morde ancor più duramente, come al solito si tutela chi ha il "coltello dalla parte del manico" cercando di snellire la burocrazia del mercato del lavoro con la scusa di voler aiutare l'economia a ripartire.
Peccato che gli unici "fardelli" da cui liberarsi paiono ancora e soltanto i lavoratori, sempre più avviati, grazie a questa normativa, nel caso passasse, ad una vita da precari, indipendentemente dal tipo di contratto.
Di tutto questo, se ne accorgeranno gli italiani?
Ne dubito fortemente.
Eppure, la notizia che realmente coinvolge la maggior parte delle persone nel nostro paese, direttamente o indirettamente, passa quasi in sordina.
Probabilmente anche grazie al solito "fumoso" modo di informare degli organi mediatici del nostro paese.
Sarebbe interessante chiedere, per strada, alle persone, cos'è, l'articolo 18, a cosa si riferisce esattamente.
L'articolo 18, per chi non lo sa (e dovrebbe saperlo) è il diciottesimo articolo del cosiddetto "Statuto dei lavoratori" (ci si riferisce alla legge n. 300 del 20 maggio 1970 denominata così), in realtà una norma del cosiddetto Diritto del Lavoro, quella parte giuridica che si è occupata e si occupa di definire e tutelare le forme del lavoro nel nostro paese, garantendo i diritti di lavoratori e lavoratrici indipendentemente dall'ambito in cui essi svolgono le loro funzioni lavorative.
L'articolo 18 parla nello specifico delle tutele sindacali dei lavoratori nei confronti delle aziende durante e sopratutto alla fine del rapporto di lavoro, un articolo che mette un freno alla possibilità di licenziamento da parte dell'azienda nel caso non ci sia "giusta causa".
Non è errato definire questo stralcio dello statuto come uno dei punti fondamentali e una delle conquiste maggiori, raggiunte dal diritto lavorativo e dalle lotte sindacali in Italia da sempre.
Un articolo, che più di una volta è stato alla ribalta della cronaca, in una contesa pluriennale tra le forze sindacali, i governi e l'imprenditoria, a dimostrazione di come sia quest'ultimo, un punto nodale dello scontro tra aziende e sindacati.
Paradossale il fatto che proprio le forze del centrosinistra con l'ormai celeberrimo "pacchetto Treu", abbiano cominciato a minare i diritti del lavoro, sdoganando il precariato e il lavoro interinale, in una escalation di "smantellamenti" che sono arrivati anche a questo "caposaldo" della tutela lavorativa; per la cui rimozione, lo stesso Treu, oggi ha espresso parole piene di preoccupazione.
Una "rimozione" che è improprio definire così, dato che il disegno di legge preparato dal governo Berlusconi da oltre due anni, non elimina di fatto l'articolo, ma lo "aggira" introducendo un altra figura che si affianca al giudice (garante tra lavoratore e azienda in caso di contesa) ovvero un arbitrato che in caso di scelta del lavoratore riguardo questa "possibilità", giudicherà in tal caso un'eventuale contesa.
Detta così sembra cosa complessa e magari potrebbe pure apparire come equa o ininfluente ai fini del risultato, mentre la realtà dei fatti è molto più semplice.
L'arbitrato, elemento alternativo a quello giuridico tradizionale, può essere scelto all'inizio dello stipulamento del contratto tra lavoratore e datore di lavoro, con l'inserimento di una clausola apposita.
In parole povere, alla firma del contratto questa clausola potrebbe essere una "discriminante" per il lavoratore, obbligato a scegliere la forma dell'arbitrato, per eventuale contesa, pena la mancata assunzione.
Con ciò si metterebbe in mano la sorte lavorativa del lavoratore ad un soggetto esterno, quasi sicuramente gradito al datore di lavoro che, potrebbe scegliere di appoggiarsi ad un arbitrato o ad una camera arbitrale di suo gradimento, inserendola fin da subito come futuro garante in caso di contesa.
In pratica, con l'introduzione di questa norma, si darebbe un potere maggiore all'imprenditoria che potrebbe risolvere i rapporti di lavoro senza aver bisogno di motivi apparenti, una norma che aumenterebbe ancora di più la portata devastante del precariato in un mondo lavorativo già pesantemente incerto.
La levata di scudi è stata molteplice, da parte dei sindacati, dai partiti "d'opposizione" e dai sindacati maggiori con varie dichiarazioni sui media nazionali.
Quello che preoccupa è il tono dimesso e sopratutto la mancanza di un'adeguata informazione a cascata sulle persone.
Sappiamo bene come, tatticamente, in questi anni non solo CISL e UIL, ma anche CGIL abbiano avuto un atteggiamento ambiguo a seconda dei colori dei governi su certi temi, arrivando addirittura a non sostenere i referendum abrogativi del 2003 che volevano abolire il numero minimo per usufruire dei benefici appunto dell'articolo 18, estendendo tale "dirittto" anche ai lavoratori di aziende sotto i 15 dipendenti (ormai la maggioranza in Italia), referendum promossi all'epoca da Rifondazione Comunista e boicottati dall'ex sinistra Ds oltre che da CISL UIL e sostenuti solo in extremis da CGIL.
Non stupisce quindi che si sia arrivati a questo punto, ormai critico, quasi senza colpo ferire.
In un momento in cui la crisi economica morde ancor più duramente, come al solito si tutela chi ha il "coltello dalla parte del manico" cercando di snellire la burocrazia del mercato del lavoro con la scusa di voler aiutare l'economia a ripartire.
Peccato che gli unici "fardelli" da cui liberarsi paiono ancora e soltanto i lavoratori, sempre più avviati, grazie a questa normativa, nel caso passasse, ad una vita da precari, indipendentemente dal tipo di contratto.
Di tutto questo, se ne accorgeranno gli italiani?
Ne dubito fortemente.
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sabato 9 gennaio 2010
Troppa tolleranza. Finalmente arriva la giustizia a Rosarno.
Era ora che si facesse qualcosa per risolvere il problema.
Il ministro Maroni, aveva già ammonito ieri dello spinoso problema con la solita pacatezza:
"In tutti questi anni - ha detto - è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un'immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall'altra ha generato situazioni di forte degrado, come quella di Rosarno". "Stiamo intervenendo - ha aggiunto - intanto ponendo fine all'immigrazione clandestina, agli sbarchi che hanno alimentato il degrado, e a poco a poco porteremo la situazione alla normalità: questo è il nostro impegno".
In effetti, per pensare ci hanno pensato, anche se sul filo di lana di una situazione tesissima, tra abitanti del luogo e immigrati.
E' di poche ore fa, infatti la notizia, che durante la "deportazione" (probabilmente potrei anche togliere le virgolette), su alcuni di loro, sono arrivate anche le pallottole, questa volta, quelle vere.
Infatti, nonostante i fumosi servizi dei soliti telegiornali, utili più alla disinformazione che all'informazione, il motivo scatenante dello scontro è rimasto quasi in secondo piano.
Ad agitare una situazione resa pesante da enormi condizioni di disagio e degrado, oltre che probabilmente dallo sfruttamento lavorativo degli immigrati, è stato un episodio di provocazione, attuato tramite dei colpi sparati a salve, ieri su un gruppo di persone, immigrati appunto, della zona.
La situazione è di lì a poco degenerata, riproponendo un clima ormai tristemente caro al nostro paese, un clima d'odio e d'intolleranza che, è inutile nascondersi, si è acuito con il governo del centro-destra.
Un clima figlio di una serie di fattori facilmente individuabili, invisibili solo al "miope" Maroni, ma comuni sempre in situazioni di questo tipo.
Una rabbia che è figlia dello sfruttamento di persone che esistono solo nei campi dei lavori stagionali, invisibili allo Stato e alle istituzioni, schiavi in un mondo di servi della gleba, impauriti, scorati, da una povertà comune.
Terroni!
Una volta gridavano ai calabresi, emigrati nel "grande nord" alla fine degli anni cinquanta, in cerca di fortuna lavorativa.
Scappati dal "paese", dalla "miseria", dalla dura vita dei campi che erano ancorati ancora alla logica latifondista e padronale.
Oggi "terroni" e "padani", nonostante il federalismo, il "sud fannullone", si trovano accanto nella lotta allo "straniero".
La soluzione è semplice, ed è chiara e uguale indistintamente da sinistra a destra, già dai tempi del "governo D'Alema", governo che varò i mefitici Centri di Permanenza Temporanea, difatto dei lager legalizzati, fino ad arrivare ad oggi, allo stato di repressione perenne, al rimpatrio dei "clandestini" alla loro denuncia nel caso decidano di farsi curare, al rastrellamento per un "bianco Natale", fino al controllo delle masse dei piccoli "diversi" nelle classi delle nostre scuole con lo "sbarramento", varato proprio in questi giorni, del 30 per cento, per classe, dalla ministra Maria Stella Gelmini.
La soluzione unica, che farebbe invidia al prestigiatore più bravo, è quella di farli sparire.
Direzione, appunto, CPT di Crotone ora "ribattezzato" è proprio il caso di dirlo, "Centro d'accoglienza Sant'Anna".
Nel mezzo il pogrom abbattutosi su di loro.
Spari alle gambe, nella migliore tradizione mafiosa, bastonate e sprangate e addirittura tentativi d'investimento a mezzo auto.
Bilancio giornaliero, 37 feriti (19 tra gli immigrati e 18 tra le forze dell'ordine) di cui due gravi tra gli extracomunitari.
Situazioni di panico hanno investito poi tutto il circondario, con scontri, e disordini di ogni genere, addirittura spari da un balcone, sulla folla.
Questa sarebbe la cronaca.
L'unica cosa insomma, che sentirete dai soliti mezzi della "disinformazione", corredata da qualche dichiarazione inutile e scontata dei capi dello Stato pubblico e religioso del nostro paese, più il solito "ping pong" asfittico tra maggioranza e opposizione, fatto di scambi d'accuse (?).
Del perchè si sia verificato tutto ciò neanche l'ombra.
Perchè un gruppo di emarginati, invisibili, fino ad un minuto prima, sia esploso improvvisamente in un attacco di inaudita violenza, nessuno lo sa.
Che ci facessero lì, quelle 800 persone, dislocate in due ex fabbriche nessuno se lo domanda.
In realtà è assai semplice, sono numeri di quella manodopera a basso costo che compongono quei 20,000 immigrati, clandestini e regolari (stime CGIL, 2007) che gravitano nella zona e che la criminalità organizzata "disloca" nei vari settori, sopratutto dell'agricoltura stagionale.
Ora vengono "sgomberati", per adesso a Crotone, poi chissà.
Intervistati, alcuni di loro, fanno nomi di città come Milano, Roma, Firenze, Livorno, a chi gli chiede se lì troveranno lavoro, la risposta sempre la solita, no, niente lavoro, niente soldi.
Da una situazione di marginalità all'altra, senza nome, senza diritti.
La crisi colpisce anche loro, strato più basso della società, "sfrattati" dal loro ruolo di schiavi, ormai inutilizzati a libro paga probabilmente della "Ndrangheta", lavoratori anch'essi in esubero.
No problem, ci pensa Maroni, una mano di vernice e gli immigrati non ci sono più, a Rosarno.
In attesa che ritornino a spuntare come tante macchie nere, da qualche altra parte, in questo nostro disastrato e sempre più stupidamente razzista, paese.
Il ministro Maroni, aveva già ammonito ieri dello spinoso problema con la solita pacatezza:
"In tutti questi anni - ha detto - è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un'immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall'altra ha generato situazioni di forte degrado, come quella di Rosarno". "Stiamo intervenendo - ha aggiunto - intanto ponendo fine all'immigrazione clandestina, agli sbarchi che hanno alimentato il degrado, e a poco a poco porteremo la situazione alla normalità: questo è il nostro impegno".
In effetti, per pensare ci hanno pensato, anche se sul filo di lana di una situazione tesissima, tra abitanti del luogo e immigrati.
E' di poche ore fa, infatti la notizia, che durante la "deportazione" (probabilmente potrei anche togliere le virgolette), su alcuni di loro, sono arrivate anche le pallottole, questa volta, quelle vere.
Infatti, nonostante i fumosi servizi dei soliti telegiornali, utili più alla disinformazione che all'informazione, il motivo scatenante dello scontro è rimasto quasi in secondo piano.
Ad agitare una situazione resa pesante da enormi condizioni di disagio e degrado, oltre che probabilmente dallo sfruttamento lavorativo degli immigrati, è stato un episodio di provocazione, attuato tramite dei colpi sparati a salve, ieri su un gruppo di persone, immigrati appunto, della zona.
La situazione è di lì a poco degenerata, riproponendo un clima ormai tristemente caro al nostro paese, un clima d'odio e d'intolleranza che, è inutile nascondersi, si è acuito con il governo del centro-destra.
Un clima figlio di una serie di fattori facilmente individuabili, invisibili solo al "miope" Maroni, ma comuni sempre in situazioni di questo tipo.
Una rabbia che è figlia dello sfruttamento di persone che esistono solo nei campi dei lavori stagionali, invisibili allo Stato e alle istituzioni, schiavi in un mondo di servi della gleba, impauriti, scorati, da una povertà comune.
Terroni!
Una volta gridavano ai calabresi, emigrati nel "grande nord" alla fine degli anni cinquanta, in cerca di fortuna lavorativa.
Scappati dal "paese", dalla "miseria", dalla dura vita dei campi che erano ancorati ancora alla logica latifondista e padronale.
Oggi "terroni" e "padani", nonostante il federalismo, il "sud fannullone", si trovano accanto nella lotta allo "straniero".
La soluzione è semplice, ed è chiara e uguale indistintamente da sinistra a destra, già dai tempi del "governo D'Alema", governo che varò i mefitici Centri di Permanenza Temporanea, difatto dei lager legalizzati, fino ad arrivare ad oggi, allo stato di repressione perenne, al rimpatrio dei "clandestini" alla loro denuncia nel caso decidano di farsi curare, al rastrellamento per un "bianco Natale", fino al controllo delle masse dei piccoli "diversi" nelle classi delle nostre scuole con lo "sbarramento", varato proprio in questi giorni, del 30 per cento, per classe, dalla ministra Maria Stella Gelmini.
La soluzione unica, che farebbe invidia al prestigiatore più bravo, è quella di farli sparire.
Direzione, appunto, CPT di Crotone ora "ribattezzato" è proprio il caso di dirlo, "Centro d'accoglienza Sant'Anna".
Nel mezzo il pogrom abbattutosi su di loro.
Spari alle gambe, nella migliore tradizione mafiosa, bastonate e sprangate e addirittura tentativi d'investimento a mezzo auto.
Bilancio giornaliero, 37 feriti (19 tra gli immigrati e 18 tra le forze dell'ordine) di cui due gravi tra gli extracomunitari.
Situazioni di panico hanno investito poi tutto il circondario, con scontri, e disordini di ogni genere, addirittura spari da un balcone, sulla folla.
Questa sarebbe la cronaca.
L'unica cosa insomma, che sentirete dai soliti mezzi della "disinformazione", corredata da qualche dichiarazione inutile e scontata dei capi dello Stato pubblico e religioso del nostro paese, più il solito "ping pong" asfittico tra maggioranza e opposizione, fatto di scambi d'accuse (?).
Del perchè si sia verificato tutto ciò neanche l'ombra.
Perchè un gruppo di emarginati, invisibili, fino ad un minuto prima, sia esploso improvvisamente in un attacco di inaudita violenza, nessuno lo sa.
Che ci facessero lì, quelle 800 persone, dislocate in due ex fabbriche nessuno se lo domanda.
In realtà è assai semplice, sono numeri di quella manodopera a basso costo che compongono quei 20,000 immigrati, clandestini e regolari (stime CGIL, 2007) che gravitano nella zona e che la criminalità organizzata "disloca" nei vari settori, sopratutto dell'agricoltura stagionale.
Ora vengono "sgomberati", per adesso a Crotone, poi chissà.
Intervistati, alcuni di loro, fanno nomi di città come Milano, Roma, Firenze, Livorno, a chi gli chiede se lì troveranno lavoro, la risposta sempre la solita, no, niente lavoro, niente soldi.
Da una situazione di marginalità all'altra, senza nome, senza diritti.
La crisi colpisce anche loro, strato più basso della società, "sfrattati" dal loro ruolo di schiavi, ormai inutilizzati a libro paga probabilmente della "Ndrangheta", lavoratori anch'essi in esubero.
No problem, ci pensa Maroni, una mano di vernice e gli immigrati non ci sono più, a Rosarno.
In attesa che ritornino a spuntare come tante macchie nere, da qualche altra parte, in questo nostro disastrato e sempre più stupidamente razzista, paese.
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giovedì 17 dicembre 2009
Una volta si chiamava Italia. Aperta la caccia all'untore.
Patatrac.
La frittata è fatta, il clima che da mesi si è instaurato in questo paese ha dato i suoi frutti.
I "signori Di Pietro e Ferrero" con il loro B-Day, Anno Zero, Travaglio e Santoro, hanno finalmente raggiunto il loro obbiettivo.
La levata di scudi è di quelle che fanno presagire un brutto clima.
A qualche giorno dall'attacco a Silvio Berlusconi, di Massimo Tartaglia, lo psicolabile che l'ha colpito con un souvenir di metallo, le polveri della contesa non si sono ancora schiarite.
Ovviamente il sostegno a Berlusconi, comunque un uomo di 72 anni, ingiustamente colpito, è unanime.
I dovuti distinguo nelle dichiarazioni dei leader dell'opposizione, stanno nell'ipocrisia o meno di certi personaggi, ma non sta a me in questo momento, dare un giudizio.
Il tema della questione è un'altro, e non è difficile intuirlo, vede come protagonista il futuro di questo bistrattato nostro paese.
Il sangue di Berlusconi è una ferita aperta che esemplifica bene come l'Italia, sia tutt'altro che una nazione, un'insieme coeso di cittadini, una ferita che si estende all'immaginario e alla memoria storica, collettiva, che trascende gli anni e rimette al centro dell'attenzione conflitti di fatto mai rimarginati.
L'Italia, paese vassallo, paese di capipopolo, totalitarismi da cortile, mode passeggere e "uomini qualunque".
Un paese spaccato a metà, appunto come una ferita.
Nel mezzo lo scontro politico, tutt'altro che feroce, assolutamente asfittico, appiattito, con i pochi personaggi in dissenso tacciati alla stregua di untori della peste.
E allora chi ha ancora il coraggio di ribadire che il premier, lavato del sangue di un'atto ignobile, è comunque la solita persona che centinaia di migliaia di persone hanno contestato in piazza il 5 dicembre a Roma, viene trattato come un pericoloso eversivo.
Persone che sarà difficile rivedere in piazza se il giro di vite, promesso dal ministro Maroni, su manifestazioni reali e virtuali di contestazione al governo, sarà attuato.
La sensazione di deja vù è forte, tornano in mente gli anni di piombo, in cui l'eversione era strumentale all'azione repressiva dello Stato, in cui la Repubblica era solo la parola messa come un cappello ad un'insieme di persone non coese, mai venute fuori dalla guerra civile.
Un'Italia che ancora oggi non è uscita dalla sua storia di frammentazione e asservimento al padrone di turno, che sogna sotto sotto, di prevalere sempre "sull'altra Italia", la propria nemesi.
Le parole di Maroni poi, invece che abbassare i toni dello scontro li alzano, si sente nell'aria il rumore dei manganelli e si intravedono i fumi dei lacrimogeni, pronti ad essere abbondantemente usati, per sedare "i contestatori".
Il sangue di Berlusconi, copre non solo il volto del premier, ma anche il diritto al dissenso, all'informazione, al confronto politico, alla satira, già minacciati da politiche repressive del governo in passato.
La campagna mediatica che si è scatenata contro "i mandanti" dell'attentato è di quelle impressionanti, dal TG1 di Minzolini al TG privato del premier su Rete 4 di Fede si alza un unico moto d'indignazione, si moltiplicano le manifestazioni di sostegno a Berlusconi, inondato da lettere, cartelli, fiori.
Nessuno che si chieda perchè, un gesto che in un'altro paese sarebbe apparso come un singolo episodio di una mente squilibrata, in Italia sia diventato un espediente politico per colpire l'opposizione al grande "caudillo".
Un'opposizione che farà bene a guardarsi le spalle da qui in avanti, perchè in un paese spaccato in due, c'è un'altra metà politica che grida vendetta e non vede l'ora di pareggiare i conti.
I nomi su cui rivalersi?
Li hanno già fatti i sostenitori di Berlusconi.
La frittata è fatta, il clima che da mesi si è instaurato in questo paese ha dato i suoi frutti.
I "signori Di Pietro e Ferrero" con il loro B-Day, Anno Zero, Travaglio e Santoro, hanno finalmente raggiunto il loro obbiettivo.
La levata di scudi è di quelle che fanno presagire un brutto clima.
A qualche giorno dall'attacco a Silvio Berlusconi, di Massimo Tartaglia, lo psicolabile che l'ha colpito con un souvenir di metallo, le polveri della contesa non si sono ancora schiarite.
Ovviamente il sostegno a Berlusconi, comunque un uomo di 72 anni, ingiustamente colpito, è unanime.
I dovuti distinguo nelle dichiarazioni dei leader dell'opposizione, stanno nell'ipocrisia o meno di certi personaggi, ma non sta a me in questo momento, dare un giudizio.
Il tema della questione è un'altro, e non è difficile intuirlo, vede come protagonista il futuro di questo bistrattato nostro paese.
Il sangue di Berlusconi è una ferita aperta che esemplifica bene come l'Italia, sia tutt'altro che una nazione, un'insieme coeso di cittadini, una ferita che si estende all'immaginario e alla memoria storica, collettiva, che trascende gli anni e rimette al centro dell'attenzione conflitti di fatto mai rimarginati.
L'Italia, paese vassallo, paese di capipopolo, totalitarismi da cortile, mode passeggere e "uomini qualunque".
Un paese spaccato a metà, appunto come una ferita.
Nel mezzo lo scontro politico, tutt'altro che feroce, assolutamente asfittico, appiattito, con i pochi personaggi in dissenso tacciati alla stregua di untori della peste.
E allora chi ha ancora il coraggio di ribadire che il premier, lavato del sangue di un'atto ignobile, è comunque la solita persona che centinaia di migliaia di persone hanno contestato in piazza il 5 dicembre a Roma, viene trattato come un pericoloso eversivo.
Persone che sarà difficile rivedere in piazza se il giro di vite, promesso dal ministro Maroni, su manifestazioni reali e virtuali di contestazione al governo, sarà attuato.
La sensazione di deja vù è forte, tornano in mente gli anni di piombo, in cui l'eversione era strumentale all'azione repressiva dello Stato, in cui la Repubblica era solo la parola messa come un cappello ad un'insieme di persone non coese, mai venute fuori dalla guerra civile.
Un'Italia che ancora oggi non è uscita dalla sua storia di frammentazione e asservimento al padrone di turno, che sogna sotto sotto, di prevalere sempre "sull'altra Italia", la propria nemesi.
Le parole di Maroni poi, invece che abbassare i toni dello scontro li alzano, si sente nell'aria il rumore dei manganelli e si intravedono i fumi dei lacrimogeni, pronti ad essere abbondantemente usati, per sedare "i contestatori".
Il sangue di Berlusconi, copre non solo il volto del premier, ma anche il diritto al dissenso, all'informazione, al confronto politico, alla satira, già minacciati da politiche repressive del governo in passato.
La campagna mediatica che si è scatenata contro "i mandanti" dell'attentato è di quelle impressionanti, dal TG1 di Minzolini al TG privato del premier su Rete 4 di Fede si alza un unico moto d'indignazione, si moltiplicano le manifestazioni di sostegno a Berlusconi, inondato da lettere, cartelli, fiori.
Nessuno che si chieda perchè, un gesto che in un'altro paese sarebbe apparso come un singolo episodio di una mente squilibrata, in Italia sia diventato un espediente politico per colpire l'opposizione al grande "caudillo".
Un'opposizione che farà bene a guardarsi le spalle da qui in avanti, perchè in un paese spaccato in due, c'è un'altra metà politica che grida vendetta e non vede l'ora di pareggiare i conti.
I nomi su cui rivalersi?
Li hanno già fatti i sostenitori di Berlusconi.
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mercoledì 2 dicembre 2009
Saturno entra in bilancia. Berlusconi se ne accorge.
Saturno dal 29 ottobre è entrato nel segno della Bilancia.
Astrologi, maghi e pseudo veggenti, fanno a gara, nel rivendicare l'esclusività di questa nefasta previsione che pare aleggiare sulla testa del premier.
Infatti il premier Silvio Berlusconi, del segno zodiacale, appunto della Bilancia, pare proprio vicino all'orlo del baratro, un precipizio che come conclusione potrebbe avere la crisi del suo governo.
Un'evento, paventato da molti, più volte, in questi mesi, ma sempre rientrato.
Se infatti i "fedelissimi" del cavaliere di Arcore, tra cui ogni tanto se ne scoprono di nuovi, vedi gli "esuli" di AN (La Russa etc), serrano le fila attorno al capo ogni qualvolta nasce un problema, appare ormai sempre più chiara e netta la scollatura tra premier e vicepremier, cioè tra Berlusconi e "il suo" numero due Gianfranco Fini.
Mai come in questo caso il fato c'ha messo del suo, tanto dunque, da scomodare facili paralleli astrologici.
Il "microfono aperto" tra Fini e Nicola Trifuoggi, procuratore capo di Pescara, dei giorni scorsi in cui il presidente della camera si lasciava "sfuggire" un laconico commento su Berlusconi e sui modi di trattare di quest'ultimo, la costituzione e le cariche statali, ha lasciato non pochi strascichi.
"Confonde il consenso con la monarchia assoluta"- pare che siano state più o meno queste le parole di Fini a proposito del premier che hanno fatto da apripista ad altre dichiarazioni anche sul caso Spatuzza e ai presunti coinvolgimenti di Berlusconi con la mafia ed alcune stragi mafiose, terminate pare, alla Fine con una trattativa stato/mafia.
Una gaffe che Fini, ha semplicemente accettato ed ha addirittura confermato in diretta ieri sera durante il programma televisivo di Raitre, Ballarò.
Un'intervento in cui ha sì chiarito la sua posizione di sostegno al governo, ma in cui ha ribadito la propria posizione su certi atteggiamenti irriguardosi del premier nei confronti delle alte cariche statali e della magistratura.
Dichiarazioni prese positivamente da Sandro Bondi, anch'esso presente al programma, un po' meno da uno dei tanti cani da guardia di Berlusconi, Scajola.
Che stamane, ribadiva come - "le dichiarazioni di ieri (di Fini, ndr) dimostrano qualcosa, dimostrano una volontà e un'azione che è diversa dalla considerazione e dalla linea del Popolo della Libertà".
Parole dure, che mettono in evidenza un problema all'interno del PDL.
Altro materiale per la manifestazione del "No Cav Day" di questo sabato, 5 dicembre, a Roma, evento in cui Rifondazione Comunista e Italia dei Valori, per bocca dei loro leader, Ferrero e Di Pietro, lanciano una manifestazione di protesta proprio contro il cavaliere di Arcore e le sue prese di posizione monocratiche e anticostituzionali.
Un cavaliere sempre più accerchiato, sempre più sotto pressione.
Saturno in astrologia, nel momento in cui entra in un segno, porta drastici cambiamenti, tagli con il passato, rinnovamento, raziocinio.
Per una volta ci fa comodo credere all'astrologia se ciò comportasse la caduta di Berlusconi e magari, perchè no, la sua fine politica.
Noi, in tal caso, non potremo che fare il tifo per il pianeta con l'anello.
Astrologi, maghi e pseudo veggenti, fanno a gara, nel rivendicare l'esclusività di questa nefasta previsione che pare aleggiare sulla testa del premier.
Infatti il premier Silvio Berlusconi, del segno zodiacale, appunto della Bilancia, pare proprio vicino all'orlo del baratro, un precipizio che come conclusione potrebbe avere la crisi del suo governo.
Un'evento, paventato da molti, più volte, in questi mesi, ma sempre rientrato.
Se infatti i "fedelissimi" del cavaliere di Arcore, tra cui ogni tanto se ne scoprono di nuovi, vedi gli "esuli" di AN (La Russa etc), serrano le fila attorno al capo ogni qualvolta nasce un problema, appare ormai sempre più chiara e netta la scollatura tra premier e vicepremier, cioè tra Berlusconi e "il suo" numero due Gianfranco Fini.
Mai come in questo caso il fato c'ha messo del suo, tanto dunque, da scomodare facili paralleli astrologici.
Il "microfono aperto" tra Fini e Nicola Trifuoggi, procuratore capo di Pescara, dei giorni scorsi in cui il presidente della camera si lasciava "sfuggire" un laconico commento su Berlusconi e sui modi di trattare di quest'ultimo, la costituzione e le cariche statali, ha lasciato non pochi strascichi.
"Confonde il consenso con la monarchia assoluta"- pare che siano state più o meno queste le parole di Fini a proposito del premier che hanno fatto da apripista ad altre dichiarazioni anche sul caso Spatuzza e ai presunti coinvolgimenti di Berlusconi con la mafia ed alcune stragi mafiose, terminate pare, alla Fine con una trattativa stato/mafia.
Una gaffe che Fini, ha semplicemente accettato ed ha addirittura confermato in diretta ieri sera durante il programma televisivo di Raitre, Ballarò.
Un'intervento in cui ha sì chiarito la sua posizione di sostegno al governo, ma in cui ha ribadito la propria posizione su certi atteggiamenti irriguardosi del premier nei confronti delle alte cariche statali e della magistratura.
Dichiarazioni prese positivamente da Sandro Bondi, anch'esso presente al programma, un po' meno da uno dei tanti cani da guardia di Berlusconi, Scajola.
Che stamane, ribadiva come - "le dichiarazioni di ieri (di Fini, ndr) dimostrano qualcosa, dimostrano una volontà e un'azione che è diversa dalla considerazione e dalla linea del Popolo della Libertà".
Parole dure, che mettono in evidenza un problema all'interno del PDL.
Altro materiale per la manifestazione del "No Cav Day" di questo sabato, 5 dicembre, a Roma, evento in cui Rifondazione Comunista e Italia dei Valori, per bocca dei loro leader, Ferrero e Di Pietro, lanciano una manifestazione di protesta proprio contro il cavaliere di Arcore e le sue prese di posizione monocratiche e anticostituzionali.
Un cavaliere sempre più accerchiato, sempre più sotto pressione.
Saturno in astrologia, nel momento in cui entra in un segno, porta drastici cambiamenti, tagli con il passato, rinnovamento, raziocinio.
Per una volta ci fa comodo credere all'astrologia se ciò comportasse la caduta di Berlusconi e magari, perchè no, la sua fine politica.
Noi, in tal caso, non potremo che fare il tifo per il pianeta con l'anello.
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mercoledì 4 novembre 2009
Via Crucis europea. Per il Vaticano.
Anomalia.
Solo questo termine può venire in mente di fronte alla notizia che da ieri sera "scompiglia" il mondo politico filo-cattolico, italiano.
La corte di Strasburgo infatti, come prevedibile, ha bocciato il ricorso fatto dal nostro paese, sulla presenza nelle aule del crocifisso, simbolo della religione cristiana.
La cronologia dell'evento, risale fino al maggio 2002, quando due studentesse, insieme alla famiglia, fecero ricorso, per la presenza in aula del simbolo cristiano, al consiglio dell'istituto in cui studiavano allora le ragazze.
Ricorso respinto, che fu a sua volta "girato", al Ministero dell'Istruzione, che a sua volta, inoltrò il tema fino al Tar e poi alla Corte Costituzionale, che si pronunciò definendo il ricorso "inammissibile", e dando il via libera al ritorno verso il Tar che respinse di fatto la sentenza.
Motivazione, le due leggi regie, del 1924 e 1928 che regolamentano la presenza del crocifisso nelle aule, e che sono tutt'ora in vigore, tanto che, ne giustificano la presenza.
Si chiuse così la prima parte "italiana" della vicenda, con le parole della sentenza del Consiglio di Stato - il crocifisso - scrivono i giudici - non va rimosso dalle aule scolastiche perché ha "una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni"; non è né una "suppellettile", né solo "un oggetto di culto", ma un simbolo "idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili" - tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione - che hanno un'origine religiosa, ma "che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".
Sentenza poi passata in commissione UE e definita appunto ieri, dalla corte di Strasburgo, nulla, confermando il diniego di esposizione del simbolo nelle scuole italiane, perchè in aperto contrasto con la laicità del luogo scolastico e per la molteplicità di espressioni multiculturali (e quindi, multireligiose) che ormai vi sono nelle classi italiane.
Prevedibile a questo punto la reazione scomposta della Chiesa e dell'esercito di paggi ecclesiastici che fanno capo ad essa nei banchi del parlamento italiano.
A cominciare dal card. Bertone "La nostra reazione non può che essere di deplorazione", per continuare con Mariastella Gelmini che dichiara - "la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non corrisponde solo a un simbolo religioso, ma è un simbolo che unisce i valori, le tradizioni, le radici del nostro Paese", - per arrivare a Gasparri, Alemanno, Schifani, e terminare con Scajola che addirittura azzarda frasi del tipo - "se il Cristianesimo è un elemento di disturbo, vuol dire che trionfa di nuovo Pilato".
I "ciellini" del PD, fortunatamente fino ad ora sono in silenzio.
Anomalia si diceva ad inizio post, sì, perchè in altri stati, una notizia del genere non desterebbe nessuna attenzione, se si esclude magari una certa divertita curiosità, per il panorama delle bizzarrie legislative che da sempre esistono nel "Bel Paese".
Tombali i commenti degli esponenti in carica, attualmente, all'UE, che tramite José Manuel Barroso, commentano così - "le radici cristiane dell'Unione, in generale sono e restano importanti. Ma sulla questione specifica del Crocifisso nelle scuole "non c'é nulla da dire".
Appunto.
Peccato che in Italia, al comando non ci sia la democrazia repubblicana eletta dal popolo, ma un piccolo"stato nello stato" , che da sempre condiziona pesantemente la vita di tutti i cittadini.
Una questione ovvia quindi, come quella di un luogo "laico" che dovrebbe per ovvietà essere sgombro da simboli spirituali, dogmatici, in cui si insegna la scienza, tempio della ragione, una "ragione", spesso in conflitto nei secoli, proprio con le gerarchie ecclesiastiche, diventa contesa pubblica, schiamazzo maleducato, genuflessione al potere Vaticano.
L'obbiettivo di certe voci, anche questa volta è materiale da "prestigiatori", con il fine di far sparire il significato vero della questione, così evidente da essere macroscopico, in favore di una farsa in cui si "levano gli scudi" in difesa del vilipendio dei vilipendi, un attacco alla nostra cultura di italiani, noi, da sempre cristiani, cattolici!
Bufale.
Da sempre religione e scienza sono incompatibili, aldilà delle intromissioni della prima nei confronti dei confini della seconda.
Dovremmo negli edifici scolastici italiani; forse accettare la presenza di un simbolo, di una confessione piuttosto che di un'altra?
Non è la scuola italiana, luogo per fedeli musulmani, ebrei, indù, shintoisti e chi più ne ha, più ne metta?
Non è il nostro sistema scolastico, come negli altri stati, superiore, ad ogni dottrina spirituale?
E' compatibile col dogma della vergine, con una chiesa, come, quella cattolica, che non accetta appieno, la teoria evoluzionistica di Darwin, che non accetta l'evoluzione scientifica della ricerca, figlia delle basi scolastiche, che in passato ha mantenuto nel buio la ragione stessa?
"Eppur si muove!"
Macchè, in Italia non si muove proprio nulla, forse qualcuno è ancora convinto che la Terra sia piatta, che l'uomo non discenda dalle scimmie, che al centro dell'universo non vi sia il Sole.
Trovo incredibile, che nel paese che ha dato i natali, (ops), a scienziati, studiosi e inventori del calibro di Galilei, Da Vinci, Fibonacci, Volta, Montalcini, Dulbecco, Hack, Montessori, Meucci e moltissimi altri, inchiodato su un muro, invece dei loro volti ci sia un simbolo arcaico di un personaggio forse nemmeno realmente esistito.
Ma che ci volete fare, nel paese dei santini, delle madonnine che piangono, delle stimmate di Padre Pio, delle reliquie, le superstizioni, le icone, nel paese dove i ricercatori sono costretti a "fuggire" per essere presi in considerazione, la scienza, l'impegno, contano meno del fato, della fedeltà instupidita di migliaia di fedeli, molto più simili a sudditi, della chiesa di Roma, unica e vera regina incontrastata, di quella monarchia nascosta, che è in realtà la Repubblica italiana.
Solo questo termine può venire in mente di fronte alla notizia che da ieri sera "scompiglia" il mondo politico filo-cattolico, italiano.
La corte di Strasburgo infatti, come prevedibile, ha bocciato il ricorso fatto dal nostro paese, sulla presenza nelle aule del crocifisso, simbolo della religione cristiana.
La cronologia dell'evento, risale fino al maggio 2002, quando due studentesse, insieme alla famiglia, fecero ricorso, per la presenza in aula del simbolo cristiano, al consiglio dell'istituto in cui studiavano allora le ragazze.
Ricorso respinto, che fu a sua volta "girato", al Ministero dell'Istruzione, che a sua volta, inoltrò il tema fino al Tar e poi alla Corte Costituzionale, che si pronunciò definendo il ricorso "inammissibile", e dando il via libera al ritorno verso il Tar che respinse di fatto la sentenza.
Motivazione, le due leggi regie, del 1924 e 1928 che regolamentano la presenza del crocifisso nelle aule, e che sono tutt'ora in vigore, tanto che, ne giustificano la presenza.
Si chiuse così la prima parte "italiana" della vicenda, con le parole della sentenza del Consiglio di Stato - il crocifisso - scrivono i giudici - non va rimosso dalle aule scolastiche perché ha "una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni"; non è né una "suppellettile", né solo "un oggetto di culto", ma un simbolo "idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili" - tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione - che hanno un'origine religiosa, ma "che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".
Sentenza poi passata in commissione UE e definita appunto ieri, dalla corte di Strasburgo, nulla, confermando il diniego di esposizione del simbolo nelle scuole italiane, perchè in aperto contrasto con la laicità del luogo scolastico e per la molteplicità di espressioni multiculturali (e quindi, multireligiose) che ormai vi sono nelle classi italiane.
Prevedibile a questo punto la reazione scomposta della Chiesa e dell'esercito di paggi ecclesiastici che fanno capo ad essa nei banchi del parlamento italiano.
A cominciare dal card. Bertone "La nostra reazione non può che essere di deplorazione", per continuare con Mariastella Gelmini che dichiara - "la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non corrisponde solo a un simbolo religioso, ma è un simbolo che unisce i valori, le tradizioni, le radici del nostro Paese", - per arrivare a Gasparri, Alemanno, Schifani, e terminare con Scajola che addirittura azzarda frasi del tipo - "se il Cristianesimo è un elemento di disturbo, vuol dire che trionfa di nuovo Pilato".
I "ciellini" del PD, fortunatamente fino ad ora sono in silenzio.
Anomalia si diceva ad inizio post, sì, perchè in altri stati, una notizia del genere non desterebbe nessuna attenzione, se si esclude magari una certa divertita curiosità, per il panorama delle bizzarrie legislative che da sempre esistono nel "Bel Paese".
Tombali i commenti degli esponenti in carica, attualmente, all'UE, che tramite José Manuel Barroso, commentano così - "le radici cristiane dell'Unione, in generale sono e restano importanti. Ma sulla questione specifica del Crocifisso nelle scuole "non c'é nulla da dire".
Appunto.
Peccato che in Italia, al comando non ci sia la democrazia repubblicana eletta dal popolo, ma un piccolo"stato nello stato" , che da sempre condiziona pesantemente la vita di tutti i cittadini.
Una questione ovvia quindi, come quella di un luogo "laico" che dovrebbe per ovvietà essere sgombro da simboli spirituali, dogmatici, in cui si insegna la scienza, tempio della ragione, una "ragione", spesso in conflitto nei secoli, proprio con le gerarchie ecclesiastiche, diventa contesa pubblica, schiamazzo maleducato, genuflessione al potere Vaticano.
L'obbiettivo di certe voci, anche questa volta è materiale da "prestigiatori", con il fine di far sparire il significato vero della questione, così evidente da essere macroscopico, in favore di una farsa in cui si "levano gli scudi" in difesa del vilipendio dei vilipendi, un attacco alla nostra cultura di italiani, noi, da sempre cristiani, cattolici!
Bufale.
Da sempre religione e scienza sono incompatibili, aldilà delle intromissioni della prima nei confronti dei confini della seconda.
Dovremmo negli edifici scolastici italiani; forse accettare la presenza di un simbolo, di una confessione piuttosto che di un'altra?
Non è la scuola italiana, luogo per fedeli musulmani, ebrei, indù, shintoisti e chi più ne ha, più ne metta?
Non è il nostro sistema scolastico, come negli altri stati, superiore, ad ogni dottrina spirituale?
E' compatibile col dogma della vergine, con una chiesa, come, quella cattolica, che non accetta appieno, la teoria evoluzionistica di Darwin, che non accetta l'evoluzione scientifica della ricerca, figlia delle basi scolastiche, che in passato ha mantenuto nel buio la ragione stessa?
"Eppur si muove!"
Macchè, in Italia non si muove proprio nulla, forse qualcuno è ancora convinto che la Terra sia piatta, che l'uomo non discenda dalle scimmie, che al centro dell'universo non vi sia il Sole.
Trovo incredibile, che nel paese che ha dato i natali, (ops), a scienziati, studiosi e inventori del calibro di Galilei, Da Vinci, Fibonacci, Volta, Montalcini, Dulbecco, Hack, Montessori, Meucci e moltissimi altri, inchiodato su un muro, invece dei loro volti ci sia un simbolo arcaico di un personaggio forse nemmeno realmente esistito.
Ma che ci volete fare, nel paese dei santini, delle madonnine che piangono, delle stimmate di Padre Pio, delle reliquie, le superstizioni, le icone, nel paese dove i ricercatori sono costretti a "fuggire" per essere presi in considerazione, la scienza, l'impegno, contano meno del fato, della fedeltà instupidita di migliaia di fedeli, molto più simili a sudditi, della chiesa di Roma, unica e vera regina incontrastata, di quella monarchia nascosta, che è in realtà la Repubblica italiana.
giovedì 8 ottobre 2009
E' tornato sulla terra. Berlusconi torna comune mortale.
Ancora una volta nell'occhio del ciclone.
Silvio Berlusconi, nonostante mesi di polemica con la stampa, la magistratura e gli oppositori politici, deve continuare a difendersi da uno dei tanti "j'accuse" che gli sono piovuti in questi giorni addosso.
Tornano d'attualità il Lodo Alfano e sopratutto il Lodo Mondadori, strettamente connessi l'uno altro, ma sopratutto strettamente connessi alle sorti politiche del premier.
La consulta della corte costituzionale, nonostante la mollezza vile del capo dello stato, Napolitano, che anche sullo scudo fiscale ha confermato la sua pochezza istituzionale; ha respinto la legge chiamata appunto "Lodo Alfano", dichiarandola incostituzionale con 6 voti contro 4.
Ma cos'è il Lodo Alfano?
Il lodo è appunto, una legge, che rende le prime quattro cariche dello stato immuni da procedimenti penali nei loro confronti o che consente di sospendere processi attualmente in corso.
E' ovviamente inutile che vi dica per quale motivo, il governo abbia spinto così tanto nel tentativo di far approvare questa legge, è talmente palese.
L'ennesima legge ad personam pro Berlusconi.
Una legge che avrebbe fermato tre procedimenti principali a carico del premier uno è quello legato alla corruzione dell'avvocato Mills (condannato a quattro anni e sei mesi), uno per la compravendita di alcuni diritti televisivi per ricavarne fondi neri, e per il caso del celeberrimo Lodo Mondadori, in cui lo stesso Berlusconi avrebbe corrotto dei giudici perchè decidessero in un arbitrato stabilito, a suo favore per l'acquisto dell'omonima casa editrice.
Con il respingimento di ieri infatti, del Lodo Alfano, Berlusconi sarebbe costretto a risarcire l'imprenditore De Benedetti, ex azionista di maggioranza della Mondadori, con una cifra di circa 750 milioni di euro, come da sentenza emessa dalla corte di cassazione nel 2007.
Se probabilmente la cifra, per un imprenditore del calibro di Berlusconi, non è certo irrisoria ma comunque ampiamente facile come colpo da "incassare", molto meno lo è il suo ridimensionamento politico.
Intervistato ieri sera dai giornalisti, il premier è parso visibilmente scosso, affanato nel rispondere e assai nervoso; segno evidente che il colpo è arrivato dove fa più male.
Il re non solo è nudo, ma è anche tornato dalla sua dimensione di semi-dio, è tornato ad essere un cittadino come tutti gli altri, perdendo quell'alone d'invicibilità che l'ha accompagnato per mesi.
Che sia il segno di un'irreversibile caduta a precipizio?
Personalmente non credo, è me lo fanno pensare le dichiarazioni ambigue degli alleati politici di Berlusconi (Fini, Bossi) e dei cosiddetti oppositori, D'Alema etc, che "smontano" un po' la questione. Nessuno infatti, a parte il solito Di Pietro e per la lista anticapitalista Ferrero (promotore tra l'altro anche di una raccolta di firme appoggiata dallo stesso ex giudice, contro il lodo, di grande successo) chiede le dimissioni del premier, tutti invitano comunque a continuare il lavoro come se nulla fosse e invitano "soltanto" a farsi giudicare.
Il perchè è presto detto, nessuno senza la figura dell'ormai onnipresente ometto di Arcore sa come muoversi, tutti presi comunque, a ruotargli intorno come tanti satelliti ad un pianeta, chi perso in scontri interni tra alleati, chi all'interno del guado del congresso del proprio partito come nel caso del PD.
L'orizzonte politico è tumultuoso, si cercano nuovi accordi in vista di eventuali elezioni anticipate, si verificano rapporti di forza all'interno dei partiti nel tentativo di consolidare nuove leadership.
Intanto il premier si dibatte come un animale ferito, peccato che nessuno si degni di dargli il colpo di grazia, come già successo in passato.
Più delle dichiarazioni dello stesso Berlusconi, su Napolitano, la corte costituzionale e i suoi membri o sulla magistratura, ritengo ancora più pericoloso per la democrazia il percorso intrapreso quasi trasversalmente dalla classe politica italiana.
Un percorso che vede la democrazia come optional al "leaderismo" di certi politici, sia Berlusconi o qualsiasi altro.
Basterà un Berlusconi in meno a far rinascere la politica in Italia?
Una poltica che sia prima morale, che tatticismo, che non sia autoreferenziale e espressione diretta della volontà popolare senza filtri?
Penso proprio che sia lecito dubitarne.
Ho l'impressione che Berlusconi non sia il reale "cancro" del paese, ma purtroppo solo la sua massima espressione.
In attesa della fine del premier e della sua dittatura "morbida", intanto prendiamo quel che dovrebbe essere scontato, come il respingimento di una legge anticostituzionale, per una piccola vittoria della democrazia.
Nella speranza che non sia una vittoria di Pirro.
Silvio Berlusconi, nonostante mesi di polemica con la stampa, la magistratura e gli oppositori politici, deve continuare a difendersi da uno dei tanti "j'accuse" che gli sono piovuti in questi giorni addosso.
Tornano d'attualità il Lodo Alfano e sopratutto il Lodo Mondadori, strettamente connessi l'uno altro, ma sopratutto strettamente connessi alle sorti politiche del premier.
La consulta della corte costituzionale, nonostante la mollezza vile del capo dello stato, Napolitano, che anche sullo scudo fiscale ha confermato la sua pochezza istituzionale; ha respinto la legge chiamata appunto "Lodo Alfano", dichiarandola incostituzionale con 6 voti contro 4.
Ma cos'è il Lodo Alfano?
Il lodo è appunto, una legge, che rende le prime quattro cariche dello stato immuni da procedimenti penali nei loro confronti o che consente di sospendere processi attualmente in corso.
E' ovviamente inutile che vi dica per quale motivo, il governo abbia spinto così tanto nel tentativo di far approvare questa legge, è talmente palese.
L'ennesima legge ad personam pro Berlusconi.
Una legge che avrebbe fermato tre procedimenti principali a carico del premier uno è quello legato alla corruzione dell'avvocato Mills (condannato a quattro anni e sei mesi), uno per la compravendita di alcuni diritti televisivi per ricavarne fondi neri, e per il caso del celeberrimo Lodo Mondadori, in cui lo stesso Berlusconi avrebbe corrotto dei giudici perchè decidessero in un arbitrato stabilito, a suo favore per l'acquisto dell'omonima casa editrice.
Con il respingimento di ieri infatti, del Lodo Alfano, Berlusconi sarebbe costretto a risarcire l'imprenditore De Benedetti, ex azionista di maggioranza della Mondadori, con una cifra di circa 750 milioni di euro, come da sentenza emessa dalla corte di cassazione nel 2007.
Se probabilmente la cifra, per un imprenditore del calibro di Berlusconi, non è certo irrisoria ma comunque ampiamente facile come colpo da "incassare", molto meno lo è il suo ridimensionamento politico.
Intervistato ieri sera dai giornalisti, il premier è parso visibilmente scosso, affanato nel rispondere e assai nervoso; segno evidente che il colpo è arrivato dove fa più male.
Il re non solo è nudo, ma è anche tornato dalla sua dimensione di semi-dio, è tornato ad essere un cittadino come tutti gli altri, perdendo quell'alone d'invicibilità che l'ha accompagnato per mesi.
Che sia il segno di un'irreversibile caduta a precipizio?
Personalmente non credo, è me lo fanno pensare le dichiarazioni ambigue degli alleati politici di Berlusconi (Fini, Bossi) e dei cosiddetti oppositori, D'Alema etc, che "smontano" un po' la questione. Nessuno infatti, a parte il solito Di Pietro e per la lista anticapitalista Ferrero (promotore tra l'altro anche di una raccolta di firme appoggiata dallo stesso ex giudice, contro il lodo, di grande successo) chiede le dimissioni del premier, tutti invitano comunque a continuare il lavoro come se nulla fosse e invitano "soltanto" a farsi giudicare.
Il perchè è presto detto, nessuno senza la figura dell'ormai onnipresente ometto di Arcore sa come muoversi, tutti presi comunque, a ruotargli intorno come tanti satelliti ad un pianeta, chi perso in scontri interni tra alleati, chi all'interno del guado del congresso del proprio partito come nel caso del PD.
L'orizzonte politico è tumultuoso, si cercano nuovi accordi in vista di eventuali elezioni anticipate, si verificano rapporti di forza all'interno dei partiti nel tentativo di consolidare nuove leadership.
Intanto il premier si dibatte come un animale ferito, peccato che nessuno si degni di dargli il colpo di grazia, come già successo in passato.
Più delle dichiarazioni dello stesso Berlusconi, su Napolitano, la corte costituzionale e i suoi membri o sulla magistratura, ritengo ancora più pericoloso per la democrazia il percorso intrapreso quasi trasversalmente dalla classe politica italiana.
Un percorso che vede la democrazia come optional al "leaderismo" di certi politici, sia Berlusconi o qualsiasi altro.
Basterà un Berlusconi in meno a far rinascere la politica in Italia?
Una poltica che sia prima morale, che tatticismo, che non sia autoreferenziale e espressione diretta della volontà popolare senza filtri?
Penso proprio che sia lecito dubitarne.
Ho l'impressione che Berlusconi non sia il reale "cancro" del paese, ma purtroppo solo la sua massima espressione.
In attesa della fine del premier e della sua dittatura "morbida", intanto prendiamo quel che dovrebbe essere scontato, come il respingimento di una legge anticostituzionale, per una piccola vittoria della democrazia.
Nella speranza che non sia una vittoria di Pirro.
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domenica 20 settembre 2009
Il Sonno della Ragione. Brunetta e la sinistra.
Il sonno della ragione genera mostri.Recita così un vecchio modo di dire, scaturito da una splendida intuizione verbale del pittore spagnolo Francisco Goya.
Oggi non può che calzare a pennello, per definire le dichiarazioni del ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta.
Il nostro, dal palco del convegno del PDL, in quel luogo disastrato, popolato dal proletariato, che è Cortina D'Ampezzo, ha pensato bene, di fare dichiarazioni contro quella parte politica che genericamente in Italia viene definita "sinistra".
Brunetta, nonostante gli stessi militanti della "sinistra" siano in crisi di identità, ne trova addirittura due, "la sinistra per male" e "la sinistra per bene".
Immagino che, dopo uno sforzo immane come quello che il ministro deve aver fatto per trovare queste due calzanti definizioni, di una profondità intellettuale da premio Nobel, si sia seduto ansimante su una sedia o si sia appoggiato allo stremo delle forze ad un leggio o ad un tavolo.
E se alla "sinistra per bene" chiede di recuperare gli ideali "di una volta" (quali di grazia, dato che il "capo", Berlusconi vede "comunisti" da tutte le parti?) a quella "per male", che "combatte per far cadere il governo e non vede la crisi economica, ma anzi, prepara il colpo di stato", chiede semplicemente di "andare a morire ammazzata".
A chi si riferisse il ministro, in chiaro stato confusionale, nessuno lo sa, è difficile anche solo immaginarlo.
Quello che più preoccupa, aldilà di queste dichiarazioni, che al massimo si possono definire stupidamente puerili, per l'inconsistenza intellettuale del contenuto, è lo stato in cui versa il nostro paese di fronte ai media nazionali e sopratutto internazionali.
Non si capisce più dove termini il limite tra l'etica che dovrebbe appartenere obbligatoriamente ad un ruolo istituzionale e le sbracature verbali da Bar Sport.
In un governo come quello italiano, che pare più il Circo Barnum che un organo esecutivo democraticamente eletto ormai; Brunetta si conferma degno rappresentante di una rosa di elementi tragicomici, tra soubrette, vallette, presentatori, puttanieri e servi del "capo".
Lui, terrore "dei fannulloni" insegue la categoria anche fuori dai limiti statali e parastatali e si scaglia anche contro a quelle "elite" che dall'alto dei poteri forti combattono per dare "spallate" al governo, quelle "elite di merda" (ha detto davvero così) che si annidano nelle sfere delle "rendite editoriali, finanziarie, burocratiche, cinematografiche e culturali".
Da elettore di "sinistra" (qualsiasi cosa voglia dire oggi), ci sarebbe di che essere confortati, secondo Berlusconi, Brunetta e co. infatti, l'Italia sarebbe un paese popolato da comunisti, cattocomunisti, sinistre buone, cattive, parlamentari, extra, insomma, roba da far impallidire il blocco sovietico della guerra fredda.
L'impressione è che ahimè, in un parlamento senza opposizione parlamentare, con il partito maggiore della "sinistra" che aspetta ancora il proprio congresso, immobilizzato in uno scontro fratricida e le briciole dei partitini extraparlamentari spettatori inermi di uno spettacolo che li riguarda sempre meno, le dichiarazioni del mini-ministro servano al solito scopo, distogliere l'attenzione dai problemi in cui naviga il "capo supremo", Silvio Berlusconi.
Ad oggi l'unica consolazione vera che può avere l'elettorato di "centro sinistra", unico prigioniero, lui sì davvero, delle "elite" di cui parla Brunetta.
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