Il dibattito, riguardo i canali di comunicazione in rete è da sempre assai ampio, tra chi, ritiene che l'utilizzo del sistema informatico, dei social networking e della diffusione massima di informazioni sul W.W.W. sia deleterio e facilmente manipolabile e chi, ne elogia di contro, la grande possibilità comunicativa e di diffusione appunto, impedendo quasi sempre il filtraggio di notizie scomode ai governi o ai centri di potere.
Se vediamo ad esempio il caso del sito di Julian Assange, Wikileaks, non possiamo che essere sedotti da questa seconda ipotesi.
In fondo, che c'è di male nel veder tremare un po' "i potenti" sotto i colpi implacabili di un qualche hacker sconosciuto?
Ne guadagna sicuramente la verità dei fatti e la libertà d'informazione.
Ma questa libertà, (su cui ci sarebbe ampiamente da discutere, in maniera approfondita) alle volte, nasconde pericolosi coni d'ombra e rende paurosamente simile, la partecipazione democratica, al marketing, o peggio alla pubblicità subliminale.
Il caso di cui vi voglio parlare, da queste pagine (non è casuale che anch'io esprima, la mia opinione attraverso il medesimo canale che attacco, ciò rende bene l'idea di questa doppia faccia dell'informazione digitale) è una mia esperienza personale.
Su uno dei maggiori siti di socialnetworking (diciamolo va, c'è pure nella screenshot, Facebook), mi sono imbattuto come tanti di voi, in una pagina, di chiara tendenza politica, ma apartitica, che tra qualche sfottò e vignetta, aveva il merito di offrire numerosi post, e link ad articoli di qualità, offrendo un servizio, devo dire, di buona "controinformazione".
La forza di questo "gruppo" era proprio il connotato si politicizzato, ma apartitico e "democratico" delle notizie e dei contenuti, tanto che, come potete vedere dall'innumerevole (per non dire notevole) numero di "fan", in breve la pagina, sempre aggiornata, con relativo invio di mail ai membri a cadenza quasi giornaliera, ha avuto un enorme successo.
Ho fatto anch'io parte di questa pagina/gruppo per lungo tempo, discutendo e linkando ciò che mi pareva più opportuno, sui principali casi di attualità politica.
Fino a quando, non ho cominciato a criticare un certo politico, che, vista la grande esposizione mediatica di questi ultimi mesi, ha anch'esso, come il gruppo, grande successo.
Le mie critiche in effetti erano molto pesanti, ma mai gratuite e sopratutto vere e inconfutabili, con tanto di fonti consultabili, su cui magari dibattere seppur aspramente, ma comunque in piena libertà d'opinione.
Purtroppo, dopo l'ennesimo link, (vedi qui) il sottoscritto è stato elegantemente bloccato...è rimasto cioè membro del gruppo, salvo, non poter commentare, ne linkare o condividere nessun tipo di file nel "club".
La pagina in questione, ormai l'avrete visto e capito si chiama "Bella Ciao" e dovrebbe ispirarsi (anche dal nome) ai valori di libertà e uguaglianza democratica, figli della Resistenza.
Evidentemente anche alla discussione democratica c'è un limite.
Da qui qualche lecito dubbio...
In fondo, non sarebbe poi la fine del mondo essere "bannati" da una pagina o gruppo di Facebook, se non fosse che questa pagina conta, "solo" 128.640 persone che la seguono e che quindi, come è capitato al sottoscritto ricevono la mailing list della pagina stessa.
Ora, se la tendenza interna al gruppo e alla pagina e cara agli amministratori fosse super partes, andrebbe tutto bene, il problema è che - parole degli amministratori stessi (vedi qui) - c'è in effetti un "debole" politico nei confronti di un leader piuttosto che di un altro.
Se ci fate caso infatti, gli altri partiti, se non proprio oscurati, sono comunque in qualche maniera lasciati ad ampia libertà di critica da parte dei partecipanti.
Non è un caso che quindi, io come altri, che hanno avuto l'ardire di criticare un certo politico e non altri, siano stati bloccati...
In questa maniera purtroppo nascono legittimi dubbi sul lavoro degli amministratori.
Una pagina con 128.000 e più contatti, lo sanno bene i web master, non è certo una cosa che si fa, si mantiene e sopratutto si costruisce attraverso la casualità o nel tempo libero.
Se volete, provateci, aprite un qualsiasi sito, gruppo, blog o altro spazio in rete e guardate con gli appositi strumenti di analisi quante visite avete.
Vedrete dunque che, se siete comuni mortali e non personaggi famosi o persone del mestiere, avere 100.000 contatti è un vero è proprio lavoro a tempo pieno e forse, nemmeno una costante applicazione basta per raggiungere certe "vette".
Crediamo per un attimo alla buona fede, a nessun fine di lucro e ad un incredibile combine di tempo libero+fortuna.
Rimane il potere di condizionare, in maniera strisciante un numero così grande di persone.
Ecco il boomerang della "libertà digitale", ciò che in superficie pare l'unica "verità" ha purtroppo altri risvolti ed ha ben poche possibilità di riscontro e di controreplica.
Sopratutto se sei bloccato!
Se poi la tendenza è esplicitamente a favore di un personaggio politico che di comunicazione ne sa (e no, non è Silvio Berlusconi) eccome (celebre una sua campagna elettorale nel 2005) e che è contornato di varie persone del mestiere, nascono cattivi pensieri.
Qui mi fermo, ovviamente per non diffamare gratuitamente nessuno.
A voi trarre le opportune conclusioni e provare (dato che in molti siete iscritti a quel gruppo/pagina) a chiedere spiegazioni, dato che io non potrò farlo.
Con buona pace della "democrazia digitale" e della libertà d'espressione individuale...
E' proprio il caso di dirlo, democrazia digitale bella...CIAO!
sabato 18 dicembre 2010
venerdì 17 dicembre 2010
Tutti hanno bisogno di Silvio Berlusconi.
Ebbene, seppur per un pelo (e mi astengo dal fare facili e scurrili battute) il premier ce l'ha fatta.
Con buona pace delle fibrillazioni degli ex alleati e dell'opposizione parlamentare.
Ma aldilà dei numeri, risicati, che ci riconsegnano ancora un Berlusconi, se non in forma, almeno più vitale, quello che si nota, ancora una volta, è che l'unico vero protagonista della politica italiana è uno solo, lui.
Tutti in questo paese dipendono da Berlusconi e non solo perchè molti sono proprio "suoi dipendenti", ma proprio perchè tanti, senza di lui, non esisterebbero.
Pensate a cosa sarebbe l'arco parlamentare senza mister B. ad esempio.
Tralasciando ovviamente i "fedelissimi" del PDL, lautamente pagati; anche all'opposizione, non si starebbe meglio senza l'ometto di Arcore.
Pensate ora al PD, un partito che, in caduta libera nei sondaggi, con una miriade di correnti e spifferi e ormai palesemente diviso al suo interno - come si vede anche dalle ultime primarie del centrosinistra a Trieste, dove il partito rischia la disfatta addirittura nei confronti del candidato della Federazione della Sinistra - in preda all'emorragia di voti, cosa farebbe se perdesse anche il suo unico e vero collante, l'arcinemico Berlusconi?
Oppure, contro chi urlerebbe il bravo Tonino Di Pietro (nemmeno lui esente dalla sindrome del berlusconismo, visto i due transfughi dell'IDV) senza il pluri-indagato Silvio?
E il Fini, leader, di una "destra moderna", di "stampo europeo", reggerà alla prematura rottura di una luna di miele conclusasi dopo 15 anni? Ma sopratutto, riusciranno a vederlo credibile gli elettori del centro-destra, dopo le accuse di "tradimento" che gli rimbalzano addosso dai giornali e i canali mediatici in mano al Cavaliere?
O anche Casini, leader "dell'Italia di mezzo", l'Italia che non si espone mai, senza un guado in cui stare a metà, che posizione sarebbe costretto a prendere?
La sensazione è che alla caduta di Berlusconi, che prima o poi, anche solo anagraficamente per forza di cose dovrà accadere, il risveglio - di quella tanta parte dell'Italia che per venti anni non ha potuto fare volente o nolente a meno di lui - sarà brusco.
In un paese in cui, l'unico sgambetto al premier viene addirittura dalla sua stessa parte politica, dopo un biennio di opposizione inesistente o peggio complice, senza Berlusconi tutti sarebbero costretti a fare per una volta ciò che non fanno da anni, ovvero, politica.
Allora cadrebbero tutti i veli, che nascondono i vari "Re Mida" della politica italiana e si scoprirebbe che nella dissoluzione della sinistra, c'è un sovraffollamento di forze centriste, destrorse e moderate a contendersi il risultato elettorale.
Con buona pace dell'elettorato della sinistra che, in questo deserto rappresentativo si astiene dal votare o si dibatte nell'ansiosa ricerca dell'illusoria figura di un leader carismatico, da scoprire attraverso il sistema ambiguo, solo apparentemente democratico, delle primarie.
La situazione politica odierna insomma è indissolubile da Silvio Berlusconi.
Pensiamo solo alla sua nemesi politica, Antonio Di Pietro; uomo di destra, che ha fatto dell'opposizione a Berlusconi la sua principale proposta programmatica, in caso di dipartita dalla scena dell'avversario, il suo bacino di voti, in gran parte figlio dello scontento dell'elettorato del centro sinistra, sarebbe messo a dura prova.
Si scoprirebbe dunque che il leader dell'Italia dei Valori, ha posizioni molto diverse in ambito lavoro, rispetto a ciò che canonicamente ci si aspetterebbe da un rappresentante dell'opposizione, non in contrasto ad una personalità come Berlusconi che non è sicuramente un difensore delle classi subalterne.
Su certi temi infatti, del mercato del lavoro e della sua regolamentazione ad esempio, si assiste ad una pesante sovrapposizione di idee da destra a sinistra, tanto che quasi tutti i politici di spicco, si affannano nel rincorrere le posizioni "responsabili" (leggi, nessuna regola, nessun diritto con la scusa della "crisi") dei vari "guru" dell'industria, del "made in Italy" e della "bella Italia", come Montezemolo o l'Ad di FIAT, Marchionne.
Addirittura si colma, in questo momento così drammatico per chi vive nel mondo reale, la distanza che da sempre c'era tra piattaforma sindacale e imprenditoria, se anche un segretario nazionale come Bonanni, segretario CISL, trova il tempo di scrivere un libro, con tanto di presentazione di chi?
Di Emma Marcegaglia, presidentessa di Confindustria.
Quello che invece non si ferma, è il disagio, per un'ondata repressiva senza precedenti dopo gli "anni di piombo" (in un deja vu del governo Tambroni), che investe i "contestatori", i precari della scuola, del lavoro, gli immigrati, tutte categorie unite dal filo invisibile della difesa dei propri diritti.
Si ricorre a vecchi metodi repressivi, si strumentalizza la manifestazione pacifica con i soliti metodi dell'infiltraggio, si stigmatizza poi la violenza degli "estremisti".
Pure il "chierico" Saviano, si diletta a scrivere ai ragazzi della manifestazione di Roma (del 14 dicembre scorso ndr), con toni "pasoliniani" (con le dovute proporzioni, d'intuito e intelligenza) senza aggiungere nulla di nuovo, senza domandarsi perchè - lui fine intellettuale - si tenda quando si commentano fatti del genere, sempre a focalizzarsi, su uno sparuto gruppo di ingenui che sono caduti nella solita trappola della "violenza pilotata", piuttosto che metterne in evidenza il mandante; uno Stato, che spesso nella storia del nostro paese si è rivelato antidemocratico, clericale e repressivo e autoconservativo delle proprie "elite" politicamente trasversali.
Acquietarsi alla corrente del buon senso, alle volte non si può, pena la perdita di contatto con la realtà che è appunto ciò che è successo ai partiti e ai leaders del "centro-sinistra".
Con i risultati che tutti bene conosciamo.
Uno dei motivi per cui, tanti leader politici - senza una direzione chiara verso cui muoversi e con l'incognita delle elezioni anticipate - alla riconferma del Cavaliere sullo scranno più alto di Montecitorio, avranno, ne sono sicuro, tirato un sospiro di sollievo.
Con buona pace delle fibrillazioni degli ex alleati e dell'opposizione parlamentare.
Ma aldilà dei numeri, risicati, che ci riconsegnano ancora un Berlusconi, se non in forma, almeno più vitale, quello che si nota, ancora una volta, è che l'unico vero protagonista della politica italiana è uno solo, lui.
Tutti in questo paese dipendono da Berlusconi e non solo perchè molti sono proprio "suoi dipendenti", ma proprio perchè tanti, senza di lui, non esisterebbero.
Pensate a cosa sarebbe l'arco parlamentare senza mister B. ad esempio.
Tralasciando ovviamente i "fedelissimi" del PDL, lautamente pagati; anche all'opposizione, non si starebbe meglio senza l'ometto di Arcore.
Pensate ora al PD, un partito che, in caduta libera nei sondaggi, con una miriade di correnti e spifferi e ormai palesemente diviso al suo interno - come si vede anche dalle ultime primarie del centrosinistra a Trieste, dove il partito rischia la disfatta addirittura nei confronti del candidato della Federazione della Sinistra - in preda all'emorragia di voti, cosa farebbe se perdesse anche il suo unico e vero collante, l'arcinemico Berlusconi?
Oppure, contro chi urlerebbe il bravo Tonino Di Pietro (nemmeno lui esente dalla sindrome del berlusconismo, visto i due transfughi dell'IDV) senza il pluri-indagato Silvio?
E il Fini, leader, di una "destra moderna", di "stampo europeo", reggerà alla prematura rottura di una luna di miele conclusasi dopo 15 anni? Ma sopratutto, riusciranno a vederlo credibile gli elettori del centro-destra, dopo le accuse di "tradimento" che gli rimbalzano addosso dai giornali e i canali mediatici in mano al Cavaliere?
O anche Casini, leader "dell'Italia di mezzo", l'Italia che non si espone mai, senza un guado in cui stare a metà, che posizione sarebbe costretto a prendere?
La sensazione è che alla caduta di Berlusconi, che prima o poi, anche solo anagraficamente per forza di cose dovrà accadere, il risveglio - di quella tanta parte dell'Italia che per venti anni non ha potuto fare volente o nolente a meno di lui - sarà brusco.
In un paese in cui, l'unico sgambetto al premier viene addirittura dalla sua stessa parte politica, dopo un biennio di opposizione inesistente o peggio complice, senza Berlusconi tutti sarebbero costretti a fare per una volta ciò che non fanno da anni, ovvero, politica.
Allora cadrebbero tutti i veli, che nascondono i vari "Re Mida" della politica italiana e si scoprirebbe che nella dissoluzione della sinistra, c'è un sovraffollamento di forze centriste, destrorse e moderate a contendersi il risultato elettorale.
Con buona pace dell'elettorato della sinistra che, in questo deserto rappresentativo si astiene dal votare o si dibatte nell'ansiosa ricerca dell'illusoria figura di un leader carismatico, da scoprire attraverso il sistema ambiguo, solo apparentemente democratico, delle primarie.
La situazione politica odierna insomma è indissolubile da Silvio Berlusconi.
Pensiamo solo alla sua nemesi politica, Antonio Di Pietro; uomo di destra, che ha fatto dell'opposizione a Berlusconi la sua principale proposta programmatica, in caso di dipartita dalla scena dell'avversario, il suo bacino di voti, in gran parte figlio dello scontento dell'elettorato del centro sinistra, sarebbe messo a dura prova.
Si scoprirebbe dunque che il leader dell'Italia dei Valori, ha posizioni molto diverse in ambito lavoro, rispetto a ciò che canonicamente ci si aspetterebbe da un rappresentante dell'opposizione, non in contrasto ad una personalità come Berlusconi che non è sicuramente un difensore delle classi subalterne.
Su certi temi infatti, del mercato del lavoro e della sua regolamentazione ad esempio, si assiste ad una pesante sovrapposizione di idee da destra a sinistra, tanto che quasi tutti i politici di spicco, si affannano nel rincorrere le posizioni "responsabili" (leggi, nessuna regola, nessun diritto con la scusa della "crisi") dei vari "guru" dell'industria, del "made in Italy" e della "bella Italia", come Montezemolo o l'Ad di FIAT, Marchionne.
Addirittura si colma, in questo momento così drammatico per chi vive nel mondo reale, la distanza che da sempre c'era tra piattaforma sindacale e imprenditoria, se anche un segretario nazionale come Bonanni, segretario CISL, trova il tempo di scrivere un libro, con tanto di presentazione di chi?
Di Emma Marcegaglia, presidentessa di Confindustria.
Quello che invece non si ferma, è il disagio, per un'ondata repressiva senza precedenti dopo gli "anni di piombo" (in un deja vu del governo Tambroni), che investe i "contestatori", i precari della scuola, del lavoro, gli immigrati, tutte categorie unite dal filo invisibile della difesa dei propri diritti.
Si ricorre a vecchi metodi repressivi, si strumentalizza la manifestazione pacifica con i soliti metodi dell'infiltraggio, si stigmatizza poi la violenza degli "estremisti".
Pure il "chierico" Saviano, si diletta a scrivere ai ragazzi della manifestazione di Roma (del 14 dicembre scorso ndr), con toni "pasoliniani" (con le dovute proporzioni, d'intuito e intelligenza) senza aggiungere nulla di nuovo, senza domandarsi perchè - lui fine intellettuale - si tenda quando si commentano fatti del genere, sempre a focalizzarsi, su uno sparuto gruppo di ingenui che sono caduti nella solita trappola della "violenza pilotata", piuttosto che metterne in evidenza il mandante; uno Stato, che spesso nella storia del nostro paese si è rivelato antidemocratico, clericale e repressivo e autoconservativo delle proprie "elite" politicamente trasversali.
Acquietarsi alla corrente del buon senso, alle volte non si può, pena la perdita di contatto con la realtà che è appunto ciò che è successo ai partiti e ai leaders del "centro-sinistra".
Con i risultati che tutti bene conosciamo.
Uno dei motivi per cui, tanti leader politici - senza una direzione chiara verso cui muoversi e con l'incognita delle elezioni anticipate - alla riconferma del Cavaliere sullo scranno più alto di Montecitorio, avranno, ne sono sicuro, tirato un sospiro di sollievo.
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lunedì 25 ottobre 2010
Fabbrica Italiana Automobili Torino. O no?
"E' arrivato il momento di essere seri, di essere responsabili, la crisi è uguale per tutti."
Sembra questo il messaggio - l'unico possibile - che Sergio Marchionne, l'Ad di FIAT, cerca di far passare, con il suo solito "tono pacato", parole sue, dalla poltroncina di Che Tempo Che Fa, il talk show (o anzi il "sussurro show") dell'ingessatissimo Fabio Fazio.
Facce pulite, che paiono messe lì apposta per "stemperare" i toni, duri che aleggiano sulla grande imprenditoria italiana, toni che si alzano dalla manifestazione FIOM di Roma, del 16 ottobre scorso e che, inutile dirlo, vedono in Marchionne e la CISL e la UIL i "nemici" dopo la divisione tra le sigle sindacali avvenuta in merito all'accordo di Pomigliano.
Peccato che, oltre l'apparenza la sostanza, seppur enunciata, attraverso un modo placido di parlare, con toni pregni di raziocinio e senso di responsabilità, sia di una durezza granitica, come un pugno d'acciaio sulla bocca dei lavoratori FIAT (e non solo, essendo la FIAT, da sempre banco di prova in Italia di ogni tentativo "restaurativo" imprenditoriale).
Le parole dell'Ad FIAT infatti, l'uomo senza giacca, ma in golf, l'uomo dai toni austeri e di basso profilo, tanto invidiato anche da buona parte dei politici italiani del centro sinistra, il capitalista dal volto umano, sono macigni.
A corredo di quanto detto ieri sera, anche un articolo sul Corriere della Sera, di oggi, rimbalza il Marchionne pensiero, in cui l'amministratore delegato della fabbrica torinese si scaglia addirittura contro il "sistema Italia", motivo maggiore per cui, FIAT nell'ultimo anno non decolla nelle vendite.
"Senza l'Italia la FIAT potrebbe fare di più", queste le parole di Marchionne e ancora - nemmeno un euro dei 2 miliardi dell'utile operativo previsto per il 2010 arriva dal nostro Paese. " Fiat - aggiunge - non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre."
Parole che trovano subito l'immediato sconcerto di praticamente tutto l'arco parlamentare italiano da Fini a Sacconi, da Calderoli a Damiano, a Vendola.
Giudizi, tra i più disparati che seppur in contrasto con le parole dell'Ad FIAT, non incidono, sopratutto perchè non scendono nel merito, come al solito delle questioni che Marchionne stesso propone.
Parole che sono, quelle di Marchionne, anche volendo usare un eufemismo, sconcertanti, che non tengono conto di come ad esempio FIAT sia molto di più che una semplice multinazionale che ha stabilimenti in Italia, ma sia una costola stessa dell'industria del nostro paese, da sempre.
Al punto tale da essere quasi sempre un metro di paragone storico, con cui misurare non solo l'avanzamento economico e tecnologico del paese, ma anche metro di misura dei conflitti e dell'avanzamento dei diritti sociali dei lavoratori.
Tanto che, più di una volta FIAT è stata lautamente aiutata dallo Stato italiano, (vedi qui: www.lavoce.info), Marchionne forse, dimentica il perchè, ovvero perchè FIAT è il maggior gruppo privato a dare lavoro nel nostro paese (senza calcolare poi, il relativo indotto).
FIAT è da sempre un'azienda di Stato, tanto che, in tempi non sospetti, addirittura Gianni Agnelli ebbe ad esclamare - "Ciò che va bene per la FIAT, va bene per l'Italia" - tanto per indicare come la politica industriale fosse legata a doppio nodo con la casa automotoristica di Torino.
Oggi, lo sappiamo il mondo è cambiato, non solo per via degli ovvi cambiamenti storici che ci hanno portato verso l'assimilazione del concetto neo liberista del "pensiero unico", ma sopratutto perchè, realmente il mercato è globale e consente, attraverso una deregulation selvaggia, di fare alle multinazionali ciò che vogliono, "galleggiando" sui vincoli messi dagli Stati stessi.
Più o meno ciò che ha fatto FIAT negli ultimi anni, non contenta di essere un azienda in crisi (e quindi sostenuta dallo Stato, per questo, anche con gli incentivi alla rottamazione), tramite Marchionne il gruppo italiano, si è lanciato in ambiziosi progetti di politica "geo-economica", come nel caso dell'acquisizione del 20% di Chrysler nel 2009 dove anche lì, saranno a pagare i contribuenti americani, grazie al prestito concesso al gruppo Chrysler dall'amministrazione Obama.
Progetti, che oltre a varie politiche industriali di delocalizzazione verso mercati più agevoli dal punto di vista dei diritti sindacali e del costo del lavoro (l'esportazione di alcuni marchi FIAT in Polonia, Serbia etc), non vedono però un congruente piano di rilancio dell'azienda.
FIAT, è essenzialmente ciò che è il suo Ad. Marchionne, non un industriale ma un manager, ovvero una grande multinazionale gestita però, come una holding finanziaria quale è, senza preoccuparsi troppo di una politica industriale, si punta molto più sul brand e sul peso dell'azienda nei mercati finanziari invece di quelli "reali".
FIAT, isomma, è un esempio emblematico di come il mercato economico sia passato rapidamente a sbilanciarsi verso l'alta finanza, verso mercati fatti di speculazioni, scatole cinesi, paradisi fiscali, un mondo di teoremi con ricadute però, purtroppo reali; uno dei motivi per cui, questo sistema economico si trova in crisi.
Sfortunatamente, quando le cose vanno male, gli errori di pochi li pagano tutti.
Marchionne dunque, con certe dichiarazioni, di fronte all'immobile Fabio Fazio, "indora la pillola", ma implicitamente preme sull'argine della deriva dei diritti del lavoro in Italia.
Sfondata la diga a Pomigliano, arginata la protesta di Melfi (irresponsabili anarchici i tre lavoratori, sostenuti addirittura da una sentenza!), isolata la FIOM, il buon Marchionne punta in alto, e con un pizzico di populismo e una spruzzatina di antipolitica, molto di moda ora, si accanisce contro il rango politico e certi immobilismi vecchi, frutto di una politica compiacente verso i sindacati.
Nemmeno al governo ci fosse il PCI di Togliatti.
La risposta, contrariata, ma flebile, da parte del ceto politico tutto.
Sotto le dichiarazioni di Marchionne si intravede un solo scenario possibile, quello, con la scusa della crisi, che prospetta nuove "risttrutturazioni" - leggi licenziamenti - nel ramo italiano di FIAT, a meno che i lavoratori non accettino condizioni e accordi "capestro".
Il teatrino della politca da talk show intanto riparte, nel mezzo, tra le schermaglie verbali dei ceti plutocratici del nostro paese, la devastazione della base sociale, di chi, la crisi la subisce e purtroppo la subirà davvero...
Sembra questo il messaggio - l'unico possibile - che Sergio Marchionne, l'Ad di FIAT, cerca di far passare, con il suo solito "tono pacato", parole sue, dalla poltroncina di Che Tempo Che Fa, il talk show (o anzi il "sussurro show") dell'ingessatissimo Fabio Fazio.
Facce pulite, che paiono messe lì apposta per "stemperare" i toni, duri che aleggiano sulla grande imprenditoria italiana, toni che si alzano dalla manifestazione FIOM di Roma, del 16 ottobre scorso e che, inutile dirlo, vedono in Marchionne e la CISL e la UIL i "nemici" dopo la divisione tra le sigle sindacali avvenuta in merito all'accordo di Pomigliano.
Peccato che, oltre l'apparenza la sostanza, seppur enunciata, attraverso un modo placido di parlare, con toni pregni di raziocinio e senso di responsabilità, sia di una durezza granitica, come un pugno d'acciaio sulla bocca dei lavoratori FIAT (e non solo, essendo la FIAT, da sempre banco di prova in Italia di ogni tentativo "restaurativo" imprenditoriale).
Le parole dell'Ad FIAT infatti, l'uomo senza giacca, ma in golf, l'uomo dai toni austeri e di basso profilo, tanto invidiato anche da buona parte dei politici italiani del centro sinistra, il capitalista dal volto umano, sono macigni.
A corredo di quanto detto ieri sera, anche un articolo sul Corriere della Sera, di oggi, rimbalza il Marchionne pensiero, in cui l'amministratore delegato della fabbrica torinese si scaglia addirittura contro il "sistema Italia", motivo maggiore per cui, FIAT nell'ultimo anno non decolla nelle vendite.
"Senza l'Italia la FIAT potrebbe fare di più", queste le parole di Marchionne e ancora - nemmeno un euro dei 2 miliardi dell'utile operativo previsto per il 2010 arriva dal nostro Paese. " Fiat - aggiunge - non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre."
Parole che trovano subito l'immediato sconcerto di praticamente tutto l'arco parlamentare italiano da Fini a Sacconi, da Calderoli a Damiano, a Vendola.
Giudizi, tra i più disparati che seppur in contrasto con le parole dell'Ad FIAT, non incidono, sopratutto perchè non scendono nel merito, come al solito delle questioni che Marchionne stesso propone.
Parole che sono, quelle di Marchionne, anche volendo usare un eufemismo, sconcertanti, che non tengono conto di come ad esempio FIAT sia molto di più che una semplice multinazionale che ha stabilimenti in Italia, ma sia una costola stessa dell'industria del nostro paese, da sempre.
Al punto tale da essere quasi sempre un metro di paragone storico, con cui misurare non solo l'avanzamento economico e tecnologico del paese, ma anche metro di misura dei conflitti e dell'avanzamento dei diritti sociali dei lavoratori.
Tanto che, più di una volta FIAT è stata lautamente aiutata dallo Stato italiano, (vedi qui: www.lavoce.info), Marchionne forse, dimentica il perchè, ovvero perchè FIAT è il maggior gruppo privato a dare lavoro nel nostro paese (senza calcolare poi, il relativo indotto).
FIAT è da sempre un'azienda di Stato, tanto che, in tempi non sospetti, addirittura Gianni Agnelli ebbe ad esclamare - "Ciò che va bene per la FIAT, va bene per l'Italia" - tanto per indicare come la politica industriale fosse legata a doppio nodo con la casa automotoristica di Torino.
Oggi, lo sappiamo il mondo è cambiato, non solo per via degli ovvi cambiamenti storici che ci hanno portato verso l'assimilazione del concetto neo liberista del "pensiero unico", ma sopratutto perchè, realmente il mercato è globale e consente, attraverso una deregulation selvaggia, di fare alle multinazionali ciò che vogliono, "galleggiando" sui vincoli messi dagli Stati stessi.
Più o meno ciò che ha fatto FIAT negli ultimi anni, non contenta di essere un azienda in crisi (e quindi sostenuta dallo Stato, per questo, anche con gli incentivi alla rottamazione), tramite Marchionne il gruppo italiano, si è lanciato in ambiziosi progetti di politica "geo-economica", come nel caso dell'acquisizione del 20% di Chrysler nel 2009 dove anche lì, saranno a pagare i contribuenti americani, grazie al prestito concesso al gruppo Chrysler dall'amministrazione Obama.
Progetti, che oltre a varie politiche industriali di delocalizzazione verso mercati più agevoli dal punto di vista dei diritti sindacali e del costo del lavoro (l'esportazione di alcuni marchi FIAT in Polonia, Serbia etc), non vedono però un congruente piano di rilancio dell'azienda.
FIAT, è essenzialmente ciò che è il suo Ad. Marchionne, non un industriale ma un manager, ovvero una grande multinazionale gestita però, come una holding finanziaria quale è, senza preoccuparsi troppo di una politica industriale, si punta molto più sul brand e sul peso dell'azienda nei mercati finanziari invece di quelli "reali".
FIAT, isomma, è un esempio emblematico di come il mercato economico sia passato rapidamente a sbilanciarsi verso l'alta finanza, verso mercati fatti di speculazioni, scatole cinesi, paradisi fiscali, un mondo di teoremi con ricadute però, purtroppo reali; uno dei motivi per cui, questo sistema economico si trova in crisi.
Sfortunatamente, quando le cose vanno male, gli errori di pochi li pagano tutti.
Marchionne dunque, con certe dichiarazioni, di fronte all'immobile Fabio Fazio, "indora la pillola", ma implicitamente preme sull'argine della deriva dei diritti del lavoro in Italia.
Sfondata la diga a Pomigliano, arginata la protesta di Melfi (irresponsabili anarchici i tre lavoratori, sostenuti addirittura da una sentenza!), isolata la FIOM, il buon Marchionne punta in alto, e con un pizzico di populismo e una spruzzatina di antipolitica, molto di moda ora, si accanisce contro il rango politico e certi immobilismi vecchi, frutto di una politica compiacente verso i sindacati.
Nemmeno al governo ci fosse il PCI di Togliatti.
La risposta, contrariata, ma flebile, da parte del ceto politico tutto.
Sotto le dichiarazioni di Marchionne si intravede un solo scenario possibile, quello, con la scusa della crisi, che prospetta nuove "risttrutturazioni" - leggi licenziamenti - nel ramo italiano di FIAT, a meno che i lavoratori non accettino condizioni e accordi "capestro".
Il teatrino della politca da talk show intanto riparte, nel mezzo, tra le schermaglie verbali dei ceti plutocratici del nostro paese, la devastazione della base sociale, di chi, la crisi la subisce e purtroppo la subirà davvero...
martedì 5 ottobre 2010
Indovina Chi l'ha detto?
“Nella vita ho imparato a non escludere mai nulla, tutto è possibile, non sono alla ricerca di una poltrona, ma sicuramente mi farebbe piacere contagiare il centrodestra su certe questioni che non devono più essere affrontate ideologicamente o per partito preso.
D’altronde ho sempre pensato che l’elettorato del centrodestra è più liberale dei suoi rappresentanti in Parlamento e le mie battaglie non sono mai state di parte perchè mi sono sempre confrontata con gli avversari politici , non mi sono mai sottratta al dialogo.
Sono grata al Ministro La Russa per i complimenti e la stima dimostrata, e sono pronta a lavorare affinchè tutto l’arco parlamentare sia coinvolto in una seria riflessione sui diritti civili.
Non ho mai avuto tessere di partito e non ho alle spalle una storia di militanza politica.
Sono una persona libera e non ho alcun problema a dichiarare che apprezzo alcuni ministri del centrodestra per le aperture fatte sulle nostre questioni: in particolare Rotondi e Brunetta per i Di Do Re, la Carfagna per l’impegno su una legge sulla discriminazione sessuale e La Russa per la questione dei gay nell’esercito” .
Ecco a voi Vladimir Luxuria, all'anagrafe alias Vladimiro Guadagno, x deputata di Rifondazione Comunista nell'ultimo governo Prodi, che come si legge da queste dichiarazioni, evidentemente sulla propria collocazione politica ha cambiato idea.
Un'altro esempio di come la politica italiana sia un "teatrino della marionette" dove tutti, nei salotti televisivi si insultano, salvo poi, esclamare dichiarazioni sorprendenti come queste.
Risolto questo, un altro quesito, stavolta più difficile:
"L'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori si potrebbe togliere, sarebbe un elemento di modernizzazione del Paese...Il nostro programma e quello di Confindustria? Non vedo tutte queste differenze."
5 marzo 2008 sul Il Riformista
Inutile dire che anche lui "ha fatto il salto della quaglia" proprio in questi giorni nel sostegno al governo Berlusconi...
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venerdì 1 ottobre 2010
Vendola, Berlusconi e Don Luigi Verzè. Incroci pericolosi e facili entusiasmi.
Un Nichi Vendola in buona forma, ieri sera, ad Anno Zero, miete consensi quando "rimbrotta" il sempre fedele al Fascismo, Ignazio La Russa.
Tanto che, come al solito, il governatore pugliese, viene ampiamente condiviso in social networking e blog, tra i soliti commenti entusiastici.
In apparenza tutto bene, il leader di Terlizzi, grande comunicatore e lanciatissimo nella corsa sotto traccia delle primarie di coalizione, "buca lo schermo", come suo solito con frasi immaginifiche, prese da ambiti distanti dalla politica e rielaborate con "poesia".
In rete però, che si sa, è strumento potente e ingestibile, non tutti sono abbagliati dal carisma dell'ex leader di SEL, vi sono infatti, anche schiere di contestatori che tra le pieghe del web, hanno dato vita ad un singolare confronto tra "pro" e "contro" Nichi Vendola.
Tutto nasce da una serie di articoli, di un giornale online, ItaliaTerraNostra, diretto da Gianni Lannes, che mesi fa, lanciò quella che è una bomba giornalistica ancor oggi, destinata a fare polemica ancora a lungo nel tempo.
La polemica parte dall'avvallo della giunta pugliese di un progetto assai discutibile di sinergia pubblico-privato nel campo della sanità.
E' stato infatti approvato, con delibera della Regione Puglia (qui il link diretto), il progetto che permetterà, alla fondazione San Raffaele, di Milano, di costruire il più grande centro di ricerca e cura, specializzato in oncologia nel sud Italia, più precisamente a Taranto.
Fin qui, niente di interessante.
Quello che salta agli occhi e fa sobbalzare di stupore, sono le connessioni tra Regione ed ente privato.
Difetti, da come si legge nella delibera (in un primo momento "smarrita" perchè non pubblicata sul sito regionale), la Regione Puglia, stanzierà una cifra introno ai 100 milioni di euro, per un progetto che sarà sì patrimonio della Regione stessa, ma sarà di fatto gestito dalla fondazione privata del San Raffaele, clinica milanese molto chiaccherata con a capo il religioso Don Luigi Verzè.
Un'operazione priva di gara d'appalto pubblico, (per sveltire le lentezze burocratiche di appalti pubblici etc. dice Vendola) che "vola sopra" le teste dei pugliesi, in maniera antidemocratica, se si pensa che i soldi, sono comunque fondi pubblici.
La fondazione San Raffaele poi, insieme al suo fondatore sono altri elementi da dibattito che danno adito e fiato alla più dure critiche.
Infatti, il fondatore della clinica milanese del San Raffaele del Monte Tabor è un personaggio molto discusso per i suoi intrecci con la politica e i vari capi d'imputazione a suo carico dalla tentata corruzione alla truffa, per non dire dei suoi rapporti privilegiati con alcune talpe del SISMI come Pio Pompa.
Ma la cosa che colpisce ancora di più è il rapporto privilegiato che da sempre Don Luigi Verzè, ha con Silvio Berlusconi, fin dagli inizi, fin dai tempi di Edilnord (vedi qui:Don Luigi Verzè), rapporti talmente stretti e amicali, da indurre il sacerdote ad appellare Berlusconi con parole sempre generose, come quando defini, il Cavaliere di Arcore - "Lui è l'uomo della divina provvidenza che salverà l'Italia" - e ancora, - "Berlusconi mi ha chiesto di farlo campare fino a 150 anni e lui pensa che arrivando a 150 anni metterà a posto l'Italia - , un legame che insomma, è sempre fatto di reciproci scambi d'affetto (e di favori...), come quando lo stesso Don Verzè, è arrivato in soccorso di Berlusconi nel momento del suo divorzio "pubblico" da Veronica Lario.
Berlusconi ha risposto partecipando a quasi tutte le cerimonie di inaugurazione dei vari centri del San Raffaele o ai compleanni del religioso, in una sorta di ossequiosa serie, di riverenze mediatiche.
Già questo basterebbe a far storcere il naso a molti, evidentemente lo stomaco del governatore pugliese è così forte, da riuscire ad andare oltre.
Ma c'è dell'altro.
Silvio Berlusconi non solo è amico del fondatore del San Raffaele, ma è addirittura socio in affari di Verzè.
Tanto da detenere, un pacchetto di azioni della società "MOLMED", (acronimo di molecular medicine), la stessa società che vede nel suo consiglio di amministrazione il vicepresidente del nuovo San Raffaele del Mediterraneo (in divenire) Renato Botti e che in un intreccio di nomi tra la società e le fondazioni del San Raffaele di Milano e del Mediterraneo, in cui figurano Luigi Berlusconi (figlio minore di Silvio, maggiore azionista di Molmed s.p.a), Ennio Doris (presidente Banca Mediolanum, sempre gruppo Fininvest, ovviamente e consigliere del San Raffaele di Milano), fino ad arrivare al Ministro della Sanità Ferruccio Fazio, anch'esso con doppio e triplo incarico, nel San Raffaele (Direttore dei Servizi di Radioterapia) di Milano e presidente del San Raffaele di Cefalù.
A capo di tutte le varie fondazioni, Don Luigi Verzè.
Insomma gli scambi di "effusioni" non si limitano tra Berlusconi e Don Verzè solo al lato "umano" ma anche a quello imprenditoriale (dettagli qui: Berlusconi e il San Raffaele), tanto da far venire seri dubbi sull'operazione.
Quel che è certo, facendo una sintesi brutale è che Silvio Berlusconi, in qualche maniera, seppur indirettamente, beneficerà di quei fondi pubblici per suoi servizi privati connessi alla ricerca oncologica.
Di fronte a ciò, nemmeno Vendola stesso poteva non rispondere e preso in causa, si è affrettato tramite la redazione del suo sito internet personale a rispondere ad una serie di domande proposte dallo scomodissimo Lannes, in una serie di 24 quesiti sull'affare San Raffaele (qui le risposte: risposte alle 24 domande).
Se alcune possono essere anche plausibili seppur molto generiche e vaghe, ci sono pericolosi scivoloni, come nella risposta 10, dove con un laconico e sintetico "No", Vendola risponde, che non è al corrente del fatto che Don Verzè e Berlusconi sono soci in affari nelle varie fondazioni.
Sarebbe interessante chiedere, al governatore pugliese, ora che lo sa, che ne pensi...
Così come, si sottrae ad un confronto, proposto dal giornalista, in un faccia a faccia con lui, con le testuali parole "non ho grande stima".
Un po' poco per uno che si definisce "l'Obama bianco" .
Intanto centinaia di fan e contestatori si scontrano sui social networking e si aprono altre falle nell'operato di Nicola Vendola da Terlizzi, come sugli inceritori, o i "tagli" alla sanità pubblica a Lecce.
il carisma di Nichi copre anche le falle programmatiche, ma non per tutti.
Spuntano video in cui, un governatore nervoso, elude le domande di un qualche elettore critico, con risposte velenose, "su domande tendenziose" che preferirebbe non sentirsi rivolgere..(vedi video)
Intanto nel mondo dei media "tradizionali", della TV e della carta stampata, nemmeno i più bravi giornalisti d'inchiesta, si domandano se sul progetto del San Raffaele del Mediterraneo, che nascerà a Taranto (vicino all'Ilva, ironia della sorte) non ci siano delle ombre sospette...forse perchè sia a "destra" che a "sinistra" tutti ci guadagnano?
Chissà...
I "ping pong" dei talk show d'attualità politica continuano imperterriti nel gioco del "muro contro muro", "polo contro polo", salvo poi, dopo la contesa, ritrovarsi da "buoni sportivi" per un caffè al bar a discutere amabilmente, come tra amici.
Vendola dopo lo "scontro" con La Russa, ad esempio, non perde tempo per attaccare Berlusconi, ne contesta la leadership dopo il voto di fiducia, ne decreta con dichiarazioni perentorie, la fine politica, ormai certa.
Salvo poi, in Puglia, finanziarlo con i soldi della Regione...
Diceva Giosuè Carducci nel 1883 a proposito di certi politici:
“Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri.
A voi riflettere e fare le giuste proprie personali considerazioni...
Tanto che, come al solito, il governatore pugliese, viene ampiamente condiviso in social networking e blog, tra i soliti commenti entusiastici.
In apparenza tutto bene, il leader di Terlizzi, grande comunicatore e lanciatissimo nella corsa sotto traccia delle primarie di coalizione, "buca lo schermo", come suo solito con frasi immaginifiche, prese da ambiti distanti dalla politica e rielaborate con "poesia".
In rete però, che si sa, è strumento potente e ingestibile, non tutti sono abbagliati dal carisma dell'ex leader di SEL, vi sono infatti, anche schiere di contestatori che tra le pieghe del web, hanno dato vita ad un singolare confronto tra "pro" e "contro" Nichi Vendola.
Tutto nasce da una serie di articoli, di un giornale online, ItaliaTerraNostra, diretto da Gianni Lannes, che mesi fa, lanciò quella che è una bomba giornalistica ancor oggi, destinata a fare polemica ancora a lungo nel tempo.
La polemica parte dall'avvallo della giunta pugliese di un progetto assai discutibile di sinergia pubblico-privato nel campo della sanità.
E' stato infatti approvato, con delibera della Regione Puglia (qui il link diretto), il progetto che permetterà, alla fondazione San Raffaele, di Milano, di costruire il più grande centro di ricerca e cura, specializzato in oncologia nel sud Italia, più precisamente a Taranto.
Fin qui, niente di interessante.
Quello che salta agli occhi e fa sobbalzare di stupore, sono le connessioni tra Regione ed ente privato.
Difetti, da come si legge nella delibera (in un primo momento "smarrita" perchè non pubblicata sul sito regionale), la Regione Puglia, stanzierà una cifra introno ai 100 milioni di euro, per un progetto che sarà sì patrimonio della Regione stessa, ma sarà di fatto gestito dalla fondazione privata del San Raffaele, clinica milanese molto chiaccherata con a capo il religioso Don Luigi Verzè.
Un'operazione priva di gara d'appalto pubblico, (per sveltire le lentezze burocratiche di appalti pubblici etc. dice Vendola) che "vola sopra" le teste dei pugliesi, in maniera antidemocratica, se si pensa che i soldi, sono comunque fondi pubblici.
La fondazione San Raffaele poi, insieme al suo fondatore sono altri elementi da dibattito che danno adito e fiato alla più dure critiche.
Infatti, il fondatore della clinica milanese del San Raffaele del Monte Tabor è un personaggio molto discusso per i suoi intrecci con la politica e i vari capi d'imputazione a suo carico dalla tentata corruzione alla truffa, per non dire dei suoi rapporti privilegiati con alcune talpe del SISMI come Pio Pompa.
Ma la cosa che colpisce ancora di più è il rapporto privilegiato che da sempre Don Luigi Verzè, ha con Silvio Berlusconi, fin dagli inizi, fin dai tempi di Edilnord (vedi qui:Don Luigi Verzè), rapporti talmente stretti e amicali, da indurre il sacerdote ad appellare Berlusconi con parole sempre generose, come quando defini, il Cavaliere di Arcore - "Lui è l'uomo della divina provvidenza che salverà l'Italia" - e ancora, - "Berlusconi mi ha chiesto di farlo campare fino a 150 anni e lui pensa che arrivando a 150 anni metterà a posto l'Italia - , un legame che insomma, è sempre fatto di reciproci scambi d'affetto (e di favori...), come quando lo stesso Don Verzè, è arrivato in soccorso di Berlusconi nel momento del suo divorzio "pubblico" da Veronica Lario.
Berlusconi ha risposto partecipando a quasi tutte le cerimonie di inaugurazione dei vari centri del San Raffaele o ai compleanni del religioso, in una sorta di ossequiosa serie, di riverenze mediatiche.
Già questo basterebbe a far storcere il naso a molti, evidentemente lo stomaco del governatore pugliese è così forte, da riuscire ad andare oltre.
Ma c'è dell'altro.
Silvio Berlusconi non solo è amico del fondatore del San Raffaele, ma è addirittura socio in affari di Verzè.
Tanto da detenere, un pacchetto di azioni della società "MOLMED", (acronimo di molecular medicine), la stessa società che vede nel suo consiglio di amministrazione il vicepresidente del nuovo San Raffaele del Mediterraneo (in divenire) Renato Botti e che in un intreccio di nomi tra la società e le fondazioni del San Raffaele di Milano e del Mediterraneo, in cui figurano Luigi Berlusconi (figlio minore di Silvio, maggiore azionista di Molmed s.p.a), Ennio Doris (presidente Banca Mediolanum, sempre gruppo Fininvest, ovviamente e consigliere del San Raffaele di Milano), fino ad arrivare al Ministro della Sanità Ferruccio Fazio, anch'esso con doppio e triplo incarico, nel San Raffaele (Direttore dei Servizi di Radioterapia) di Milano e presidente del San Raffaele di Cefalù.
A capo di tutte le varie fondazioni, Don Luigi Verzè.
Insomma gli scambi di "effusioni" non si limitano tra Berlusconi e Don Verzè solo al lato "umano" ma anche a quello imprenditoriale (dettagli qui: Berlusconi e il San Raffaele), tanto da far venire seri dubbi sull'operazione.
Quel che è certo, facendo una sintesi brutale è che Silvio Berlusconi, in qualche maniera, seppur indirettamente, beneficerà di quei fondi pubblici per suoi servizi privati connessi alla ricerca oncologica.
Di fronte a ciò, nemmeno Vendola stesso poteva non rispondere e preso in causa, si è affrettato tramite la redazione del suo sito internet personale a rispondere ad una serie di domande proposte dallo scomodissimo Lannes, in una serie di 24 quesiti sull'affare San Raffaele (qui le risposte: risposte alle 24 domande).
Se alcune possono essere anche plausibili seppur molto generiche e vaghe, ci sono pericolosi scivoloni, come nella risposta 10, dove con un laconico e sintetico "No", Vendola risponde, che non è al corrente del fatto che Don Verzè e Berlusconi sono soci in affari nelle varie fondazioni.
Sarebbe interessante chiedere, al governatore pugliese, ora che lo sa, che ne pensi...
Così come, si sottrae ad un confronto, proposto dal giornalista, in un faccia a faccia con lui, con le testuali parole "non ho grande stima".
Un po' poco per uno che si definisce "l'Obama bianco" .
Intanto centinaia di fan e contestatori si scontrano sui social networking e si aprono altre falle nell'operato di Nicola Vendola da Terlizzi, come sugli inceritori, o i "tagli" alla sanità pubblica a Lecce.
il carisma di Nichi copre anche le falle programmatiche, ma non per tutti.
Spuntano video in cui, un governatore nervoso, elude le domande di un qualche elettore critico, con risposte velenose, "su domande tendenziose" che preferirebbe non sentirsi rivolgere..(vedi video)
Intanto nel mondo dei media "tradizionali", della TV e della carta stampata, nemmeno i più bravi giornalisti d'inchiesta, si domandano se sul progetto del San Raffaele del Mediterraneo, che nascerà a Taranto (vicino all'Ilva, ironia della sorte) non ci siano delle ombre sospette...forse perchè sia a "destra" che a "sinistra" tutti ci guadagnano?
Chissà...
I "ping pong" dei talk show d'attualità politica continuano imperterriti nel gioco del "muro contro muro", "polo contro polo", salvo poi, dopo la contesa, ritrovarsi da "buoni sportivi" per un caffè al bar a discutere amabilmente, come tra amici.
Vendola dopo lo "scontro" con La Russa, ad esempio, non perde tempo per attaccare Berlusconi, ne contesta la leadership dopo il voto di fiducia, ne decreta con dichiarazioni perentorie, la fine politica, ormai certa.
Salvo poi, in Puglia, finanziarlo con i soldi della Regione...
Diceva Giosuè Carducci nel 1883 a proposito di certi politici:
“Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri.
A voi riflettere e fare le giuste proprie personali considerazioni...
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